Dopo la doppia vittoria per la corsa alla segreteria del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani sta mettendo mano al programma e c’è grande attesa sul ruolo che verrà dato ai temi dell’ambiente. Abbiamo chiesto al neosegretario quali sono le politiche e le priorità che il Partito Democratico vuole darsi in fatto di ambiente ed energia.

La rivoluzione energetica legata alla sfida climatica è diventata centrale e qualificante nell’agenda dei principali Paesi europei, Germania, Regno Unito, Francia, Spagna, oltre che degli USA, mentre da noi stenta a uscire da una visione settoriale. Questo è particolarmente vero per il centro destra, ma anche il Partito Democratico non sembra aver messo al centro dei suoi programmi il decollo di una green economy evidenziandone le implicazioni sul fronte della ricerca, dell’innovazione, degli sbocchi occupazionali. Cosa ci dice in merito?
«Non c’è dubbio che nel nostro Paese c’è stato un ritardo nel comprendere la portata dei cambiamenti che stavano avvenendo, anche se credo che onestamente ci sia una differenza sensibile tra gli schieramenti politici. Per esempio, il Governo Prodi ha sostenuto le posizioni più avanzate della Merkel che presiedeva il Consiglio dell’Unione Europea, quando l’8 marzo 2007 si doveva decidere se gli obiettivi al 2020 sulle fonti rinnovabili dovevano essere solo indicativi o legalmente vincolanti.
Abbiamo cioè valutato che, sebbene l’obiettivo del 20% di energia verde fosse molto ambizioso, solo un obbligo avrebbe potuto portare a un’accelerazione degli investimenti e favorire anche in Italia una crescita delle industrie in questi settori. Il programma “Industria 2015” lanciato in quei mesi ha rappresentato un segnale forte di sostegno alle nostre imprese su alcuni filoni prioritari, a partire proprio dall’efficienza energetica e dalle rinnovabili.
Mentre ricordo che l’attuale maggioranza ha approvato ad aprile in Senato una mozione che metteva in discussione lo stesso ruolo dell’uomo nel cambiamento climatico. Non solo, ma nella definizione delle misure di sostegno all’economia, il Governo Berlusconi ha destinato solo briciole al rilancio della green economy posizionandosi agli ultimi posti nel mondo, con solo l’1% delle risorse destinate a contrastare la crisi economico-finanziaria».

Le differenze ci sono indubbiamente, come ci ricordano gli scontri di retroguardia dell’attuale Governo con la Commissione europea per ridurre i tetti alle emissioni per le imprese italiane o il tentativo inutile di Berlusconi di rimetterli in discussione ancora qualche settimana fa.
Resta comunque la sensazione che la nostra classe politica, i nostri media, le nostre imprese, salvo valide eccezioni, non abbiano capito che è in atto quella che qualcuno chiama terza rivoluzione industriale, un’onda destinata a mutare profondamente la progettazione di città, case, mezzi di trasporto, elettrodomestici e la stessa produzione dell’energia. Cosa ne pensa?

«Condivido che ci sia stato un ritardo di visione prima ancora che di scelte politiche sui cambiamenti in atto. Penso che il Partito Democratico debba favorire al suo interno una crescita della consapevolezza delle sfide che dobbiamo affrontare al fine di elaborare le proposte più adeguate al nostro contesto.
Sono convinto che siamo in una fase di transizione che vedrà una trasformazione radicale delle modalità di consumo e di produzione dell’energia. Ma dobbiamo ragionare in un orizzonte internazionale che consenta di valutare, oltre alle implicazioni ambientali, anche quelle della sicurezza degli approvvigionamenti.
Nel nostro Paese vanno identificati gli attori che possono favorire il cambiamento e avvantaggiarsene. Non c’è dubbio che la nostra industria manifatturiera, l’artigianato, il comparto delle costruzioni debbano comprendere le novità che si profilano per non subirle, ma anzi per svolgere un ruolo attivo e propulsivo. Come dicevo, con il precedente Governo avevamo iniziato un percorso fortemente  innovativo come il programma “Industria 2015”, le detrazioni fiscali del 55% per la riqualificazione energetica degli edifici, la certificazione energetica delle costruzioni, tutte misure che però in questi mesi hanno visto un rallentamento e segnali contradditori da parte dell’attuale Esecutivo».

Come giudica le scelte sul nucleare di questo Governo?
«Mi pare che sia una risposta sbagliata in questa fase e che, comunque, il Governo si stia muovendo maldestramente. Per riaprire un capitolo così delicato occorrerebbe un largo consenso nel Paese e nelle istituzioni, elementi che attualmente mancano.
I primi passi, come le norme contenute nella legge 99 dello scorso luglio, hanno avuto come risultato una levata di scudi da parte di molte Regioni che si sentono espropriate delle proprie prerogative. Nella stessa legge peraltro è prevista la priorità di dispacciamento per l’elettricità nucleare che mi pare faccia a pugni con la liberalizzazione dei mercati dell’energia, oltre a denotare un’insicurezza sulla competitività di questa tecnologia.
Peraltro io credo che un Governo serio, prima di affrontare questo argomento, dovrebbe dimostrare di saper risolvere la gestione e la messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi delle centrali nucleari chiuse, creando un deposito temporaneo delle scorie.
Se non si affronta questa elementare esigenza non si risulta credibili nei confronti dei cittadini. Ci sono poi i dubbi sullo stato di maturità delle attuali tecnologie. I costi, i ritardi, le problematiche aperte sulla sicurezza, fanno infatti ritenere che rischieremmo di incamminarci in un percorso irto di ostacoli con limitate ricadute sul nostro sistema industriale. Bisogna lavorare per soluzioni tecnologiche avanzate che affrontino il problema dell’affidabilità, delle scorie e che garantiscano costi accettabili. Prima di questo, ogni programma per un Paese che è uscito dal nucleare non è credibile».

Mi indica tre scelte di green economy che un nuovo Governo dovrebbe promuovere?
«Un piano straordinario della ricerca che coinvolga imprese e mondo accademico sulle fonti rinnovabili, sull’efficienza energetica e sulla mobilità sostenibile, consentendo al nostro mondo produttivo di agganciare l’evoluzione in atto e di raggiungere posizioni di punta nella produzione di tecnologie “verdi”. Una sorta di programma “Industria 2020” che rilanci e potenzi quanto già avevamo fatto. Un programma di riqualificazione energetica dell’edilizia pubblica che affianchi lo sforzo in atto nelle costruzioni private. In questo modo si ridurrebbero le bollette energetiche delle strutture pubbliche, si creerebbe un volano occupazionale di grande respiro, si ridurrebbe la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e si darebbe una mano a raggiungere gli obbiettivi climatici dell’Europa. Infine, sul fronte dei trasporti andrebbe proposto un programma di costruzione di centinaia di moderne carrozze ferroviarie per dare una risposta a un pendolarismo sempre più disagiato e andrebbe rilanciata la realizzazione di linee tranviarie per avvicinare l’offerta di mobilità sostenibile delle nostre città a quella dei centri urbani europei. Anche queste misure avrebbero ricadute positive sull’industria del settore e contribuirebbero a ridurre le emissioni di anidride carbonica».

L’anima ecologista del Partito Democratico ha visto con una certa diffidenza la sua elezione. Che ruolo pensa possano avere queste tematiche nella costruzione del nuovo soggetto politico?
«Non mi pare possano esserci diffidenze. Se in Italia comincia a esistere qualcosa sull’economia “verde”, posso dire di aver avuto un qualche ruolo. Quella resta la mia ispirazione».

L’intervista sarà pubblicata sul numero 5/2009 della rivista bimestrale QualEnergia in uscita nei prossimi giorni (vedi indice n.5/2009).

 

 

 

9 dicembre 2009