La sfida del 2020 e l’esitazione della politica

  • 2 Dicembre 2009

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Il settore italiano delle rinnovabili è tecnicamente pronto per raggiungere l'obiettivo del 2020 e può dare molto al paese anche dal punto di vista economico e occupazionale, ma è penalizzato da reti inadeguate e dalle incertezze delle politiche governative. Ne parliamo con Roberto Longo, presidente di Aper .

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Il settore italiano delle rinnovabili si trova in un momento particolarmente importante, quanto delicato: con gli obiettivi europei al 2020 davanti ha un grande balzo da compiere e potrebbe contribuire a far uscire più in fretta il paese dalla crisi. Dall’altra parte, come dimostra la vicenda del minacciato emendamento “anti-rinnovabili” (Qualenergia.it “Governo contro le rinnovabili in un’Italia senza rete” e “Ritirato l’emendamento contro le rinnovabili” ), le fonti pulite si trovano spesso a confrontarsi con incertezze normative e carenze di infrastrutture. Ne abbiamo parlato con il presidente di Aper, l’associazione italiana dei produttori di energia da fonti rinnovabili, Roberto Longo.

Longo, cosa significa per le rinnovabili italiane del settore elettrico la sfida del 2020, anno in cui il paese dovrà soddisfare il 17% del fabbisogno di energia primaria con queste fonti?
Il contributo delle rinnovabili dovrebbe rappresentare, stando agli obiettivi europei, il 32% del fabbisogno elettrico: si parla, dunque, di raddoppiare il parco delle rinnovabili elettriche esistenti e installare altri 21-22mila megawatt. Un traguardo tecnicamente raggiungibile, ma che alla luce della situazione di incertezza politica che stiamo vivendo diventa ottimistico: non sembra che il governo abbia questa grande volontà di perseguirlo, anzi pare che stia giocando al ribasso. Considerando invece l’obiettivo annunciato dal Ministro Scajola, cioè il 25% del fabbisogno elettrico, servirebbero 20mila nuovi megawatt, ossia investimenti per 50-60 miliardi di euro: in questo caso il traguardo è in linea con i progetti che sono stati presentati finora. Anzi questi sarebbero addirittura in eccesso. Dovremmo riuscire ad arrivarci installando 10mila MW di eolico, 5mila di fotovoltaico e altri 5 MW tra biomasse e mini-idroelettrico.

Accennava al problema dell’incertezza normativa. Cosa serve dal punto di vista politico per fare sì che il settore centri l’obiettivo?
Manca una politica chiara e stabile di promozione delle rinnovabili: un giusto incentivo, anche ridotto rispetto ai livelli attuali, ma che sia affidabile nel tempo – senza rischi di emendamenti improvvisi in finanziaria – ma soprattutto che sia associato ad una normativa di riferimento per autorizzazioni ed allacciamento alla rete chiara, semplice e trasparente. È chiaro che ad oggi il vero problema nello sviluppo dei progetti è l’imprevedibilità degli iter autorizzativi che sono differenti da posto a posto, quasi fossero dei prodotti d.o.c.

C’è poi il problema della rete …
La rete elettrica stenta ad adeguarsi alla crescita delle energie rinnovabili che pure non è stata finora fantasmagorica: 3.000 MW di eolico e 700 MW di fotovoltaico hanno messo in crisi la rete. È fondamentale che la rete, sia in alta che in media tensione, si adegui per tempo.

A proposito di rete e di legislazione, viene in mente il discusso emendamento alla Finanziaria della settimana scorsa, alla fine mai presentato, che oltre a dimezzare il valore dei certificati verdi avrebbe obbligato gli stessi produttori di rinnovabili ad adeguarsi alla rete, anziché il contrario.

Infatti, e questo contraddicendo il fatto che la rete è un servizio pubblico: devono essere Governo e Regioni a stabilire quanta energia da rinnovabili si può produrre e dove, non le limitazioni della rete. Considero quell’emendamento, poi non presentato, più che altro una presa in giro: è stato fatto per dare un segnale a una certa parte politica, ma non credo ci fosse l’intenzione reale di presentarlo dato che non aveva nessun fondamento né economico né tecnico.

A chi si è voluto ammiccare?
Non lo so, anche perché non si capisce bene. C’è una parte di Confindustria che considera la promozione delle rinnovabili come un inutile costo aggiuntivo che ricade sui già pesanti costi dell’energia: il “Tavolo della domanda” (di Confindustria, ndr) , appoggiato da una parte politica della maggioranza, la Lega.

Se c’è chi vede le rinnovabili come un peso, non manca comunque chi le ha da tempo riconosciute come una grande opportunità economica …
La direttiva europea sugli obiettivi al 2020 non andrebbe considerata come un provvedimento in materia ambientale, ma piuttosto economica e di concorrenza sui mercati. I paesi europei che hanno spinto per questa direttiva l’hanno pensata, da una parte per dare una risposta alla dipendenza dalla volatilità dei combustibili fossili, dall’altra come occasione per promuovere una competitività imprenditoriale sia sui mercati interni che su quelli esteri.

C’è anche una parte di parte d’Italia che ha questa convinzione, purtroppo non spinta molto dal governo. È chiaro che se si realizzano questi obiettivi supportandoli con una politica energetica affidabile nel tempo le potenzialità di sviluppo per il nostro paese sono enormi. La filiera industriale dopo essersi fermata per anni sta ripartendo, esistono le possibilità tecnologiche, esistono le potenzialità d’investimento, esistono le potenzialità di mercato sia in Italia che nei mercati esteri più vicini come Medio Oriente e Nord Africa. Sbloccare finalmente questa politica di promozione delle rinnovabili significa far partire un’attività che potrebbe costituire un grande sbocco per questa crisi. È difficile quantificare, ma, guardando anche all’esempio della Germania dove le rinnovabili hanno superato ampiamente tutto il settore “automotive”, parlare di un potenziale di alcune centinaia di migliaia di occupati non è affatto fantascienza, ma una realtà raggiungibile.

Giulio Meneghello

 
2 dicembre 2009
 
 
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