I due giganti che si impegnano, bozze di accordo con obiettivi solo a lungo termine, punti critici ancora da superare: manca meno di una settimana all’inizio del vertice mondiale sul clima di Copenhagen e sui giornali di tutto il mondo iniziano ad affollarsi sempre più notizie di prese di posizione che potrebbero influenzarne l’esito. Alla fine della settimana scorsa sono arrivati gli annunci più attesi: quelli degli impegni di riduzione della CO2 di cui sono disposti a farsi carico Stati Uniti e Cina. Oggi è trapelata la proposta di bozza per l’accordo fatta dal governo danese. Domani invece sarà annunciata quella del blocco BASIC (Brasile, Sud Africa, India e Cina), di cui per ora si sa soltanto che conterrà posizioni in larga parte incompatibili con quella occidentale. Intanto sull’argomento caldo degli aiuti economici ai Pvs per mitigazione e adattamento pare che l’Europa si stia attestando su di una posizione molto distante dalle richieste dei paesi poveri.

Ma andiamo con ordine. Degli impegni delle due superpotenze che assieme emettono il 40% dei gas serra mondiali, Usa e Cina, abbiamo già accennato nell’introduzione dell’intervista a Sergio Castellari, nella quale il climatologo e Focal Point nazionale IPCC ci spiega cosa ci si può aspettare dal vertice (Qualenergia.it “Copenhagen, scenari negoziali e climatici“): mercoledì scorso Obama ha annunciato che gli Stati Uniti sono disposti a un taglio della CO2 del 17% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2020 (cioè -3% rispetto al 1990), del 30% al 2025, del 42% al 2030, fino ad arrivare all’83% (sempre rispetto ai livelli del 2005) entro il 2050. Obiettivi “provvisori”, perché subordinati a quello che deciderà in seguito il Senato americano, molto meno proattivo del Presidente sulla questione clima. A seguire, giovedì, anche la Cina ha dichiarato il suo impegno: ridurre la propria intensità energetica (cioè la quantità di energia – e dunque di CO2 – per unità di prodotto interno lordo) del 40-45% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2020.

Oggi la Reuter diffonde i contenuti della bozza di accordo preparata dal governo danese (domani la pubblicazione ufficiale); quella che sarà la base di partenza dei negoziati: vi sarebbe scritto che il mondo deve ridurre le emissioni – che dovrebbero raggiungere il picco al 2020 per poi scendere – del 50% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2050, con i paesi ricchi che le tagliano per quella data dell’80%. Nulla di nuovo. Un documento infatti in linea con quanto raccomanda l’IPCC indebolito però da un punto fondamentale: non vi si accenna a obiettivi intermedi di riduzione per i paesi ricchi. Anche per questo la bozza danese non piace ai paesi emergenti, Brasile, Sud Africa, India e Cina, che domani presenteranno la loro controproposta, di cui per ora si sa solo che ribadisce l’inaccettabilità di obiettivi vincolanti per i paesi poveri, come anche di verifiche internazionali sui risultati di azioni di mitigazione che non siano finanziate dai paesi rischi.

Intanto anche sull’altro punto dolente dei rapporti tra nazioni industrializzate e Pvs arrivano notizie poco confortanti: secondo quanto rivela il Guardian (che ha avuto accesso a documenti riservati), l’Europa sulla questione dei finanziamenti per adattamento mitigazione in favore dei paesi in via di sviluppo si starebbe attestando su una posizione che bloccherebbe il dialogo.

Per aiutare le nazioni più povere – che saranno anche quelle più duramente colpite dagli impatti dei cambiamenti climatici – l’Europa non vorrebbe stanziare fondi aggiuntivi, ma semplicemente cambiare la destinazione di aiuti che già ci sono: in questo modo le risorse attualmente indirizzate a combattere la povertà in generale o altri problemi, come la mancanza di accesso all’acqua o la diffusione di certe malattie verrebbero significativamente ridotte per far fronte all’emergenza clima: una decisione inaccettabile che rischia di mettere in crisi i negoziati. Insomma, a una sola settimana dall’inizio dei negoziati la strada per Copenhagen sembra sempre molto ripida.

GM

 
30 novembre 2009