Una “proposta provvisoria” da mettere sul tavolo di Copenhagen, al quale ancora non si sa se siederà anche Barack Obama. Ieri gli Stati Uniti hanno fatto un passo avanti per raggiungere un buon risultato alla conferenza sul clima che inizierà il 7 dicembre, sempre dando per acquisito che dall’incontro nella capitale danese non usciranno impegni vincolanti di riduzione delle emissioni, ma solo un accordo politico.

Al vertice, ha annunciato il capo dei negoziatori Usa, Todd Stern, gli Stati Uniti porteranno dei numeri su quanto sono disposti a ridurre i gas serra. Non si sa ancora se sarà un range o una cifra singola, ma si presume che il taglio di cui la superpotenza si farà carico sarà compreso tra il 14 e il 20% rispetto ai valori del 2005. Una riduzione conforme, cioè, a quella proposta nella travagliata legislazione nazionale sul clima, ancora da approvare: la versione del Climate Bill passata a giugno alla Camera, infatti, parlava di una riduzione delle emissioni del 17%, la versione attualmente al vaglio del Senato propone un taglio del 20%.

L’annuncio di una “proposta provvisoria” da parte degli Usa arriva a pochi giorni dal vertice come parziale aggiramento di una delle motivazioni che hanno fatto fare un passo indietro all’amministrazione Obama e cioè che gli Stati Uniti – secondo emettitore mondiale subito dopo la Cina, assieme alla quale contribuiscono al 40% delle emissioni mondiali – non siano riusciti a dotarsi per tempo di una legge nazionale che sancisse gli impegni in materia, annunciati fin dall’inizio del nuovo mandato presidenziale.

Un buon accordo a Copenhagen – anche senza impegni precisi – sarebbe impossibile senza sapere quanto sono disposti a fare gli Stati Uniti. Con l’escamotage della “proposta provvisoria” Obama bypassa in parte il problema, riuscendo a mettere sul tavolo un impegno di riduzione, che poi però potrebbe essere annullato da un’eventuale diversa decisione del Senato. La memoria va al 1998 quando il Senato Usa bocciò per 99 voti a zero il trattato di Kyoto, firmato dall’allora presidente Bill Clinton a dicembre 1997. L’approvazione del Climate Bill nella versione attuale – che dovrebbe arrivare non prima di marzo – infatti non è per niente scontata, con molti senatori, anche democratici, che ritengono troppo gravoso il previsto taglio della CO2 e con diverse proposte in grado di stravolgere la legge limitando il cap and trade al solo settore elettrico.

Ciò non toglie che l’annuncio americano sia una buona notizia per i negoziati. Ora resta da conoscere l’entità esatta della riduzione proposta, che comunque sarà modesta rispetto agli impegni raccomandati dall’IPCC e presi di altri paesi industralizzati, come quelli europei o il Giappone.

Va ricordato infatti che i tagli Usa risultano alquanto ridotti se considerati secondo l’anno di riferimento 1990: da allora al 2005 le emissioni del paese sono cresciute del 15%. Altra cosa che si dovrebbe conoscere nei prossimi giorni – e che avrà un discreto peso sull’esito del vertice – è se Barack Obama (che proprio in quei giorni sarà nella vicina Oslo per ritirare il Nobel per la Pace) parteciperà di persona al vertice di Copenhagen. Per ora sono 65 i Capi di Stato che hanno confermato la loro presenza, tra questi i primi ministri di Gran Bretagna, Germania, Francia, Australia, Giappone e Brasile: sarebbe un bel segnale se ci fosse anche Obama.

GM

24 novembre 2009