Gas flaring, cioè bruciare in loco il gas che esce dai pozzi di petrolio; olio di palma, ossia una delle colture energetiche con l’impatto più pesante e – dulcis in fundo – sabbie bituminose, il modo più energivoro e inquinante e di ottenere greggio. Sono le pratiche e i progetti di Eni nella Repubblica del Congo denunciate dal rapporto pubblicato questa settimana dalla Heinrich Böll Stiftung, il think-tank dei Verdi tedeschi (vedi allegato). Investimenti pessimi per il pianeta che devono far rifletter ancora di più se fatti da un’azienda che come azionista principale ha un governo – il nostro – che dovrebbe essere in prima linea nella lotta per il clima e la biodiversità.

Eni – società al 30% di proprietà dello Stato italiano, con il Ministero delle Finanza e la Cassa Depositi e Prestiti tra gli azionisti principali – è il quinto gruppo petrolifero mondiale per giro d’affari e passa per essere uno di più attenti all’impatto ambientale e ai diritti umani, ma – secondo il dossier della fondazione tedesca – i progetti multimiliardari in Congo sull’olio di palma e, soprattutto, quelli per lo sfruttamento delle sabbie bituminose, oltre al persistere della pratica del gas flaring presso i suoi giacimenti, ne farebbero la compagnia con l’impronta più pesante in Africa.

Il report, nato dalla collaborazione tra la Böll Stiftung e alcune Ong congolesi, fa i conti in tasca ai progetti di Eni, spulciando tra dichiarazioni e report interni. Poco in realtà si riesce a sapere sulle intenzioni della compagnia di convertire in coltivazioni per olio di palma (sia a scopo alimentare che per ottenerne biodiesel) 700mila ettari in Congo: una superficie grande più di Milano e interland che – nonostante l’azienda italiana assicuri non sarà sottratta a foreste e zone coltivate – fa nascere dei dubbi sulla sostenibilità ambientale e sociale di un progetto di monocoltura così grande, del quale tra l’altro è ancora oscura la localizzazione. Meglio invece sono raccontati i progetti e le pratiche in atto riguardo a gas flaring e sabbie bituminose.

Il giacimento di petrolio Eni di M’boundi (vedi immagine titolo) attualmente brucia a cielo aperto circa 1 miliardo di metri cubi di gas all’anno, una fonte di emissioni enorme oltre a un grande spreco di energia, ma soprattutto una violazione del diritto alla salute delle popolazioni locali che a causa dell’inquinamento conseguente si trovano vittime di malattie respiratorie, piogge acide e contaminazione delle acque. Per ridurre il gas flaring ora però la società vuole realizzare in loco una centrale termoelettrica a gas, progetto che vorrebbe gli garantisse crediti di riduzione delle emissioni tramite il Clean Development Mechanism, che permette di compensare le proprie emissioni realizzando altrove interventi che le riducano.

Il problema – denuncia il report – è che l’elettricità prodotta dal gas che ora viene bruciato potrebbe essere destinata – anziché ad alleviare la paradossale carenza energetica del Congo, in cui il 75% della popolazione non ha accesso all’elettricità – a fornire energia ad un progetto della stessa Eni con un impatto ambientale potenzialmente devastante: quello di estrarre petrolio dalle sabbie bituminose presenti del paese. Eni, infatti, ha acquisito i diritti di esplorazione su un’area di 1.790 chilometri quadrati dalle cui sabbie vorrebbe estrarre almeno 2,5 miliardi di barili di greggio. Sarebbe la prima volta che si fa al di fuori del Canada, dove la pratica sta causando danni ambientale immensi: oltre alla distruzione di grandi aree di foresta boreale, l’ impoverimento e la contaminazione delle risorse idriche. Tutto per avere un greggio costoso da estrarre che comporta da 3 a 5 volte più emissioni del petrolio convenzionale per ogni barile ottenuto (Qualenergia.it “L’ultima spiaggia del petrolio”).

Anche se Eni sostiene che userà un metodo di estrazione diverso e meno impattante di quello usato in Canada si capisce l’allarme della fondazione Böll. Anche perché, a differenza di quello che dichiara la compagnia, dal report emergono documenti interni Eni secondo i quali il 70% dell’area interessata sarebbe foresta o zona d’interesse naturalistico.

A peggiorare le cose, si legge ancora nel documento, la poca trasparenza degli accordi tra l’azienda e il governo del Congo, un paese piagato dalla corruzione e dove non esiste nessuna legislazione ambientale. Anche se Eni – interpellata da Qualenergia.it – si limita a definire “infondate” le accuse del rapporto e “un processo alle intenzioni”, e ribadendo di essere da sempre “impegnata nello sviluppo sostenibile”, restano fondati motivi di preoccupazione Anche perché, ricordiamo, questi investimenti discutibili sono fatti per il 30% con denaro dei contribuenti. E, inoltre, gli azionisti sono a conoscenza di queste attività e delle loro possibili implicazioni ambientali?
 
 
 
GM
 
 
12 novembre 2009