Clima che cambia e immobilismo

  • 14 Ottobre 2009

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Un'intervista di Qualenergia.it al climatologo Vincenzo Ferrara. L'Italia sta affrontando i primi effetti del global warming che sono destinati ad acuirsi. Ma il  paese non è pronto e non sta facendo nulla per l'adattamento, mentre il mondo fa ancora troppo poco per riuscire a ridurre le emissioni quanto serve a evitare il peggio.

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Come sta colpendo e colpirà il cambiamento climatico in Italia? E il nostro paese è pronto a difendersi? E ancora: che possibilità ha il mondo di riuscire ad evitare le conseguenze peggiori del global warming? Lo abbiamo chiesto al climatologo Vincenzo Ferrara, una delle massime autorità italiane in materia di cambiamenti climatici. Responsabile del settore clima dell’ENEA, dal 1990 Ferrara ha partecipato ai negoziati internazionali sul clima come membro della delegazione italiana, mentre dal dal 1992 al 2006 è stato il riferimento, cioè il “Focal Point” nazionale dell’International Panel on Climate Change (IPCC).

Professor Ferrara, come si sta manifestando per ora il cambiamento climatico nel nostro paese?

L’effetto più evidente è l’estremizzazione dei fenomeni metereologici: punte di caldo e di freddo, periodi molto lunghi di siccità o di alluvioni – l’ultima delle quali ha provocato la tragedia di Messina – oppure l ondate di caldo come quella che nel 2003 ha provocato 4mila morti. Poi ci sono altri indicatori meno evidenti: ad esempio l’aumento della temperatura media, specie quella notturna. C’è anche un aumento marcato delle temperature del mare: il Mediterraneo quest’anno ha segnato il record di temperatura, un grado in più della media degli ultimi 30 anni, il Tirreno addirittura 2 gradi in più quest’anno. Infine, ci sono spie eclatanti come la veloce riduzione di superficie dei ghiacciai alpini, cui è collegata anche la riduzione delle risorse idriche.

Fenomeni che stanno già facendo sentire le loro conseguenze sulle attività umane?

Le conseguenze maggiori per ora sono quelle sull’agricoltura. Oltre all’intensificarsi dei fenomeni estremi c’è uno spostamento delle stagioni di circa un paio di settimane e uno spostamento verso nord degli ecosistemi che crea difficoltà a mantenere la produzione: in futuro sarà arduo mantenere le produzioni tipiche del made in Italy. Anche la pesca ne risente molto: cambiano gli ecosistemi al punto che il 40% delle specie in mare al momento sono aliene (specie provenienti da altre latitudini che stanno colonizzando gli ecosistemi locali, ndr). Infine, c’è il turismo: ad esempio quello alpino invernale che deve confrontarsi con un limite della neve sempre più alto.

Ci sono altre conseguenze che in Italia dovremo affrontare in ogni caso, anche se riuscissimo a mantenere l’aumento delle temperature del pianeta entro i 2 gradi dall’era preindustriale, penso ad esempio alla desertificazione di alcune zone.

Il problema della desertificazione, che abbiamo già adesso, soprattutto nelle regioni meridionali si acuirà senz’altro. Il suolo si sta degradando e con la siccità e il riscaldamento tende a divenire deserto. Poi c’è il problema dell’intrusione dell’acqua salata nelle zone costiere che rende il terreno infertile. Un problema legato all’aumento del livello del mare (che comunque colpisce il Mediterraneo meno di altri mari come l’oceano Atlantico), a sua volta effetto del riscaldamento globale. Questa intrusione di acqua salata è il motivo per cui molte zone italiane che sembrano molto verdi perché vi si coltiva con grandi quantità di concimi – ad esempio in alcune valli o alle foci di alcuni fiumi – in realtà sono già a rischio desertificazione.

E invece quello che sta accadendo già ora negli altri paesi, penso ad esempio a quelli sulla sponda sud del Mediterraneo. Avrà conseguenze anche per l’Italia?

Per i paesi della fascia tropicale e subtropicale l’impatto del riscaldamento sarà molto più duro per due motivi: le conseguenze climatiche in quelle zone saranno più marcate e essendo paesi poveri mancano loro i mezzi per minimizzare i danni. Scoppieranno guerre per le risorse e ci saranno grandi fenomeni  di migrazione. Anche per questo abbiamo il dovere di aiutare queste nazioni ad affrontare il problema.

Tornando in Italia: cosa si sta facendo e cosa si dovrebbe fare per prepararsi ai cambiamenti che, abbiamo visto, sono già in atto?

In Italia purtroppo al momento non si sta facendo nulla. Abbiamo organizzato una conferenza nazionale sul clima nel 2007 per avviare un piano nazionale di adattamento, come ci richiede la comunità europea con il Libro Verde del 2007 e il Libro Bianco di quest’anno. Come detto, al contrario di altri paesi europei da noi però non si è fatto ancora nulla. Manca una cultura della prevenzione, e poi succedono i disastri. L’esempio di Messina è eclatante: era una zona in cui nel passato fenomeni del genere non erano mai accaduti e che si è trovata ad affrontare un’alluvione molto violenta. Occorre pianificare il territorio guardando ai rischi futuri non a quelli del passato. Non si può guidare guardando solo nello specchietto retrovisore. Progettando una strada adesso, ad esempio, bisogna tenere conto che un terreno ritenuto stabile ora potrebbe non esserlo più se si considerano i fenomeni metereologici previsti per i prossimi anni. Allo stesso modo quando si costruisce un impianto in riva al mare bisognerà tenere conto dell’aumento del livello del mare previsto altrimenti tra 30-40 anni ci troveremo con un impianto sott’acqua. Questo significa adattamento. E in Italia non si sta facendo.

Le ultime evidenze scientifiche mostrano che il clima sta cambiando più in fretta di quello che si riteneva solo un paio di anni fa. Alla luce delle nuove conoscenze quanto bisogna ridurre le emissioni per restare entro i 2 gradi?

Bisogna raggiungere al più presto la stabilizzazione, ossia l’equilibrio tra la CO2 emessa e quella assorbita entro il 2050. L’obiettivo dovrebbe esser fermare la crescita a 400 parti di CO2 per milione. I paesi industrializzati dovrebbero tagliare dal 25 al 40% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020 e praticamente azzerare le loro emissioni entro il 2050, quelli in via di sviluppo potrebbero farle crescere inizialmente, ma dovrebbero arrivare alle stesse riduzioni 20 o 30 anni più tardi.

Alla luce dell’andamento dei negoziati internazionali in corso lei crede che si potrà mai arrivare ai tagli delle emissioni necessari?

A Copenhagen secondo me ci sarà solo un accordo di principi; i negoziati sono in stallo. Mancano decisioni politiche di alto livello e non si sono affrontate le questioni più importanti: gli obblighi di riduzione per i paesi ricchi, come si finanzia la mitigazione e l’adattamento in quelli in via di sviluppo. Finora abbiamo avuto solo buone intenzioni, ma nulla di concreto. Di questo passo Copenhagen sarà un fallimento per un accordo concreto.

Il mondo dunque non riuscirà a ridurre la CO2 abbastanza da mantenere il riscaldamento entro i 2 gradi?

Più il tempo passa e più il rischio aumenta. La politica si sta muovendo su tempi troppo lenti rispetto alle esigenze ambientali. Sembra sottovalutare il problema o si fa distrarre da altri interessi. E’ vero che in molti paesi si sta facendo molto per ridurre le emissioni, con la crescita di fonti rinnovabili ed efficienza energetica, ma a livello globale siamo fermi e manca una linea comune di azione.

E nel caso si fallisse nel contrastare l’effetto serra: come potremmo immaginare l’Italia se le temperature del pianeta aumentassero di 4-5 gradi?

È difficile prevederlo. Un aumento della temperatura di tale entità darebbe luogo a fenomeni non lineari che non conosciamo: la conseguenze potrebbero andare da un era incredibilmente torrida ad una glaciazione. Oltre i due gradi si destabilizza l’equilibrio del sistema climatico e non si sa cosa può succedere.

 

 

 

intervista a cura di Giulio Meneghello

14 ottobre 2009

 

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