Cambiare l’energia per il clima di domani

  • 6 Ottobre 2009

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L'International Energy Agency pubblica in anticipo la parte del suo documento annuale che riguarda il rapporto clima-energia. La crisi nel 2009 ha fatto calare le emissioni, ma per evitare gli effetti peggiori del global warming serve una rivoluzione energetica. Necessari investimenti ingenti che però in buona parte si ripagheranno, mentre ogni ritardo costerà molto caro.

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Grazie alla crisi economica le emissioni mondiali nel 2009 sono calate del 3%, ma – per evitare i cambiamenti climatici più drammatici – nei prossimi 20 anni occorre investire almeno 400 miliardi di dollari l’anno nelle “energie carbon-free” e fare in modo che al 2020 il 60% dei veicoli in circolazioni abbiano motorizzazioni pulite. Sono alcune delle conclusioni dell’estratto dal World Energy Outlook 2009 pubblicato ieri (vedi allegato).
Mentre i negoziati di Bangkok si avviano alla conclusione e a meno di due mesi da Copenhagen, la International Energy Agency (IEA), in via del tutto eccezionale, ha voluto pubblicare in anticipo la parte del rapporto annuale (in uscita a novembre) che parla di energia e cambiamento climatico. Altri dati preziosi che vanno ad aggiungersi al dibattito sul futuro accordo internazionale per il clima.

Dal dopoguerra in poi le emissioni sono cresciute in media con un tasso del 3% annuo. Complice la crisi, il 2009 sarà uno dei soli 4 anni negli ultimi cinquanta a vedere un calo dei gas serra: a fine anno le emissioni saranno il 3% in meno rispetto all’anno precedente, il calo più marcato registrato negli ultimi 40 anni. Alla luce dei nuovi dati, le previsioni sui gas serra fatte un anno fa, dunque – spiega il documento – vanno riviste al ribasso: in uno scenario “business as usual” al 2020 la CO2 sarebbe il 5% in meno di quello che si era previsto nell’ultimo rapporto IEA.

Più facile allora raggiungere l’obiettivo di stabilizzare la concentrazione di CO2 a 450 parti per milione, il livello che secondo l’IPCC darebbe circa il 50% di possibilità di mantenere l’aumento della temperatura media al di sotto dei 2 gradi centigradi, evitando gli effetti più disastrosi. Ma una rivoluzione energetica resta necessaria, sottolinea l’agenzia, uno degli istituti più autorevoli (e conservatori) nel mondo in campo energetico: lo scenario business as usual porterebbe comunque ad aumenti della temperatura di oltre 6 gradi, con relative conseguenze catastrofiche.

Per tenere la CO2 entro le 450 ppm bisogna cambiare il nostro modo di produrre energia, riducendo le emissioni di 3,8 gigatonnellate entro il 2020. Tagli che nello scenario IEA dovrebbero avvenire per 1,6 Gt nei paesi OCSE, mentre la Cina, stando alle misure annunciate recentemente dal governo di Pechino, secondo la IEA (finanziata da 38 paesi tra i quali non c’è il gigante asiatico) dovrebbe riuscire a ridurre da sola di ben 1 Gt.

Al mondo insomma serve una rivoluzione energetica che si concretizzerà – nelle parole del direttore dell’economista della IEA, Fatih Birol, al Guardian – in “18 centrali nucleari, 17 mila turbine eoliche, 100 centrali di solare a concentrazione e centrali termoelettriche a carbone dotate di tecnologia CCS,  realizzate ogni anno da qui al 2030”. Un’impresa per alcune di queste tecnologie pressoché impossibile.

Per quel che riguarda i trasporti, la quota dei veicoli con motorizzazioni a combustibili fossili, attualemente 95% del totale, dovrà scendere al 40% al 2020. Nel complesso, rinnovabili e nucleare assieme, attualmente circa il 18% del mix energetico mondiale, dovranno arrivare a quota 33%. Cruciale – sottolinea il report – il contributo degli invetimenti in efficienza energetica.

Per fare sì che ciò accada occorreranno forti investimenti pubblici e privati. Da qui al 2030 al settore dell’energia dovrebbero andare 10.000 miliardi di dollari – circa lo 0,5% del Pil mondiale al 2020 da aumentare fino all’1,1% per il 2030.

Ma – dato interessante – nello stesso periodo solo il risparmio sui combustibili fossili che sarà realizzato grazie al cambiamento del mix energetico varrà ben 8.600 miliardi di dollari. Per la prima volta si stima anche il mancato guadagno dei paesi produttori di petrolio: le nazioni dell’Opec nello scenario della rivoluzione energetica IEA ci rimetterebbero il 16% dei guadagni rispetto al trend business as usal. Ritardare l’azione – spiega il documento IEA, che conta anche una prefazione del direttore dell’UNFCC Yvo De Boer (pag. 7) – invece renderebbe più difficile raggiungere l’obiettivo di stabilizzare la CO2 a 450 ppm e soprattutto costerebbe molto caro: almeno 500 miliardi di dollari in più per ogni anno di ritardo.

GM

7 ottobre 2009

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