Copenhagen, per Legambiente serve un accordo vincolante

  • 20 Settembre 2009

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Le posizioni di Legambiente sulla conferenza di dicembre esposte in un'intervista dell'Agenzia di stampa Dire a Vittorio Cogliati Dezza, presidente dell'associazione. I paesi industrializzati devono fare il primo passo e dare la tempistica. Serve poi una forte cooperazione con i Pvs. I ritardi del nostro governo.

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Dal 7 all’11 dicembre Copenhagen ospiterà il vertice mondiale, la Cop 15 (Conferenza delle parti contraenti il Protocollo di Kyoto) che deciderà il futuro del patto internazionale per la difesa del clima. L’Agenzia di stampa Dire vuole presentare le opinioni e le posizioni di alcune associazioni in merito alle misure da prendere alla conferenza. Si inizia con Legambiente e alle domande dell’agenzia di stampa risponde Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale dell’associazione.

La Cop 15 di Copenhagen sarà cruciale per il futuro delle politiche salva clima: con quale spirito vi avviate all’appuntamento del 7 dicembre?
Per Legambiente l’appuntamento di Copenhagen sarà l’asse fondamentale di tutte le nostre azioni di questo autunno, che saranno finalizzate a far crescere l’attenzione sociale e politica intorno alle sfide che a Copenhagen si giocano. Naturalmente ci auguriamo che non sia un’altra occasione persa e che finalmente venga avviata una vera lotta ai mutamenti climatici che preveda impegni vincolanti per tutti i Paesi ma soprattutto un limite globale alle emissioni.

Quali sono i risultati irrinunciabili della Cop15, quelli insomma senza i quali si potrà parlare di un fallimento?
Un nuovo accordo vincolante che definisca i tempi e le quantità di riduzione, differenziate per le diverse aree del globo, in modo da assicurare che le emissioni globali di gas serra vengano almeno stabilizzate. Questo significa che non potranno e non dovranno esserci astensioni e tentennamenti perché i fenomeni legati ai mutamenti climatici sono sempre più evidenti e rapidi, il che significa che bisogna agire subito e con il contributo di tutti.

Ad oggi i paesi in via di sviluppo non sembrano disposti ad accettare impegni sul taglio delle emissioni che fermerebbero la loro crescita, mentre quelli industrializzati non si impegnerebbero ad un “target zero” che consentirebbe agli altri di inquinare: qual è la possibile via di uscita?
Al G20 dell’Aquila non era proprio questa la posizione dei paesi in via di sviluppo. Hanno posto, legittimamente, come condizione per accettare limitazioni in casa propria che i paesi industrializzati facciano il primo passo e dicano con quale tempistica. Agli occhi della comunità internazionale è ben chiaro che nessun accordo ambizioso sarà raggiunto a Copenhagen se i paesi industrializzati, che hanno la responsabilità storica di aver causato il problema dei cambiamenti climatici, non assumeranno la leadership e la determinazione di mostrare ai paesi in via di sviluppo di essere pronti a fare il primo passo. Questo è l’unico modo per creare la fiducia necessaria tra le parti e giungere ad un accordo per salvare il pianeta.

Cina e Usa saranno i protagonisti dell’accordo, come giudicate le loro posizioni e quale potrebbe essere una via di uscita che metta insieme crescita e sostenibilità climatica?
Separatamente questi due grandi paesi stanno investendo molto per andare verso un’economia a basse emissioni di CO2, che rappresenti anche una via di uscita dalla crisi mondiale. Io non credo che ci troveremo di fronte ad una diarchia, piuttosto ad un tavolo multilaterale, in cui anche l’Europa e altri grandi paesi in forte crescita, come India, Brasile, eccetera giocheranno un ruolo rilevante. La via d’uscita è che si garantisca la crescita a chi fino ad oggi è rimasto ai margini dello sviluppo, favorendo da subito che in queste aree geografiche si sviluppi un sistema sociale, economico e tecnologico a basse emissioni. L’unica strada è la cooperazione per un comune obiettivo in una logica di multilateralismo ed interdipendenza.

L’Unione Europea è la prima della classe. Alcuni Stati, come la Gran Bretagna, portano avanti politiche coraggiose di riduzione delle emissioni: sono utili questi atti volontaristici in assetto globale?
Assolutamente sì, in fin dei conti se oggi Usa e Cina negli incontri bilaterali cercano l’accordo sulle emissioni è perché l’Unione europea già a Bali nel 2007 ha preso una posizione avanzata, confermata nei mesi successivi dalla strategia del 20-20-20. Oggi però siamo arrivati al punto che serve anche un accordo globale per non cadere nel velleitario.

La Cina e le economie emergenti ricordano che ad inquinare sono stati, e sono ancora, i paesi industrializzati e i loro cittadini: come si fa a “decarbonizzare” i paesi in crescita? Il trasferimento di tecnologie pulite è sufficiente? I meccanismi flessibili del protocollo di Kyoto funzionano?
Criteri di giustizia ed equità impongono che il livello di ambizione nella riduzione delle emissioni sia diversificato in base alla responsabilità storica e alla capacità di riduzione di ogni Paese. Alcune economie di recente industrializzazione, ossia quei Paesi che hanno già raggiunto emissioni pro-capite pari o superiori a quelle dei paesi industrializzati, dovranno comunque adottare impegni vincolanti di riduzione a livello nazionale. I “meccanismi di sviluppo pulito” (Cdm) devono essere riformati alla luce delle più evidenti lacune registrate negli ultimi anni. La loro riforma dovrà dare piene e più forti garanzie circa il rispetto dei principi di sostenibilità e di addizionalità, assicurando l’equa distribuzione delle risorse a livello geografico e garantendo che una cospicua parte delle risorse vada anche nei paesi in via di sviluppo più poveri e con più limitate capacità di riduzione delle emissioni, per favorire lo sviluppo sostenibile. L’energia nucleare e altre tecnologie pericolose sono incapaci di contribuire allo sforzo di ridurre i gas serra in tempi utili e per questo non devono far parte delle misure a disposizione dei paesi industrializzati per ottenere crediti di carbonio. La massima priorità deve essere data alle fonti rinnovabili e a misure per l’efficienza energetica.

Non solo industrie e generazione termoelettrica: la deforestazione pesa per il 20% circa nelle emissioni di gas serra, e percentuali ben maggiori derivano dal settore residenziale e dai trasporti. Come agire per salvare le foreste, ancora più importante, intervenire sui comportamenti dei cittadini, come convincerli?
I settori del trasporto aereo e marittimo devono anch’essi far parte dell’accordo di Copenhagen, entrambi i settori stanno, infatti, crescendo velocemente e stanno aumentando significativamente le proprie emissioni di gas serra.
All’interno dell’accordo dovrebbe rientrare anche la messa al bando a livello internazionale degli idrofluorocarburi (Hfc) responsabili anch’essi dell’effetto serra.
Il comportamento dei singoli è fondamentale e Legambiente lo ribadisce da sempre in tutte le sue campagne d’informazione e sensibilizzazione. Le scelte quotidiane su come ci muoviamo, smaltiamo i nostri rifiuti, usiamo l’energia e l’acqua influiscono in modo determinante. Per questo è necessario educare le nuove generazioni all’uso consapevole delle risorse, semplificare la vita a chi vuole avviare pratiche di risparmio energetico, semplificando le procedure, ma anche investire nella ricerca per trovare soluzioni che ci consentano di mantenere una buona qualità della vita senza consumare il pianeta.

Mentre si discute della riduzione dei gas serra “da emettere”, quelli già rilasciati in atmosfera stanno avendo conseguenze gravi sulle popolazioni più povere ed esposte, creando veri e propri “profughi climatici”. A che punto sono le cosiddette “strategie di adattamento”? Si sta già rispondendo efficacemente alle prime conseguenze dei mutamenti climatici?
Il fenomeno dei “profughi ambientali” ha ormai superato quello dei profughi da guerre, ma ancora non ha uno status riconosciuto a livello internazionale. D’altra parte i cambiamenti climatici sono in rapida accelerazione e hanno, come si sa, una grande forza inerziale, e le ultime evidenze scientifiche mostrano che la minaccia di impatti irreversibili è molto più imminente di quello che immaginavamo appena due anni fa. Il tempo utile per evitare impatti catastrofici sta dunque velocemente svanendo. Occorre agire subito per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra nel minor tempo possibile. Sappiamo, infatti, che un aumento medio della temperatura globale di 2 gradi rischia di far evolvere l’equilibrio climatico del pianeta verso scenari irreversibili. Ad oggi le strategie messe in atto sono ancora del tutto insufficienti, è per questo che l’appuntamento di Copenhagen è così importante.

C’è chi diffonde lo scetticismo parlando di “truffa di Kyoto”. La comunità scientifica è concorde nell’indicare la gravità della situazione, ma la politica e l’opinione pubblica non sembrano rispondere all’allarme. C’è un problema di comunicazione o di credibilità?
Non metterei sullo stesso piano politica ed opinione pubblica. Tra la gente, e anche sui principali mass media, cominciamo a registrare una grande attenzione ai cambiamenti climatici. Per la politica distinguerei quello che avviene nel nostro paese, l’unico Parlamento nel mondo ad aver votato una mozione negazionista, e quanto sta avvenendo nelle altre democrazie. Negare l’esistenza dei cambiamenti climatici è un atto di irresponsabilità politica oltre che un atteggiamento cieco rispetto alle misure preventive che invece occorre prendere con urgenza, soprattutto da parte di chi governa. Gli effetti dei mutamenti climatici sono già evidenti e sotto gli occhi di tutti e non occorre arrivare all’irreparabile per ammetterlo. E’ arrivato il momento di uscire dalle secche dell’ideologismo, di dare alla scienza il ruolo serio che merita e di affrontare la situazione con misure concrete e immediatamente applicabili che Legambiente ha già più volte proposto.

L’Italia: Cosa ha fatto finora e come si presenta a Copenhagen? Come giudicate la posizione del governo? E come si stanno muovendo le aziende? Le pesantissime multe previste dal Protocollo di Kyoto arriveranno?
Nonostante gli innumerevoli proclami, l’Italia fino ad oggi ha fatto ben poco per fermare i mutamenti climatici visto che anziché recuperare il proprio sforamento rispetto agli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto (-6,5% rispetto al 1990, mentre siamo a +9%), continua a rappresentare una anomalia Europea. E’ l’unico grande paese che non ha una politica per ridurre le emissioni di CO2, e neanche con la ratifica del Pacchetto europeo, il cosiddetto 20-20 avvenuta lo scorso dicembre, ha ancora messo in campo alcun provvedimento. Del resto il governo Berlusconi aveva scommesso sul fallimento di Kyoto contando sulla promessa di Putin che non lo avrebbe mai ratificato. Ma anche dopo la firma di Putin, e la conseguente entrata in vigore del Protocollo, e perfino dopo l’introduzione da parte dell’Unione Europea di precisi obiettivi di riduzione per i settori energetico e industriale, ancora nessun provvedimento è stato preso per ridurre le emissioni.

Solo si vocifera sul contributo che daranno le centrali nucleari. Ma, ancor più grave è che il governo continua ad approvare progetti di riconversione a carbone delle centrali esistenti e a chiedere sconti per le proprie industrie invece di impegni concreti. E proprio pochi giorni fa la Commissione Europea ha risposto in maniera inequivocabile al Governo: le imprese italiane che avranno emesso più CO2 di quanto consentivano le quote assegnate dovranno pagare e non potrà farlo lo Stato al posto loro. Per Legambiente è evidente che il problema che l’Italia ha rispetto ai limiti fissati dal piano nazionale per le emissioni riguarda principalmente il settore termoelettrico (anche se nulla si fa nelle politiche urbane e troppo poco per l’edilizia residenziale). E’ qui che bisognerebbe intervenire per spingere interventi di efficienza e soprattutto premiare le tecnologie che emettono meno. Al contrario il Governo spinge sul carbone e non premia l’innovazione industriale come sta avvenendo negli altri paesi. Per questo è fondamentale che si stabiliscano criteri per l’assegnazione delle quote gratuite che considerino l’efficienza in termini di emissione di CO2 degli impianti. Sarebbe assurdo e inaccettabile che queste quote venissero assegnate a una centrale a carbone come quella di Civitavecchia che, una volta entrata in funzione, da sola emetterà oltre 10 milioni di tonnellate di CO2 l’anno.

Intervista a cura dell’Agenzia di stampa Dire (19 settembre 2009)

21 settembre 2009

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