Se un accordo sul clima nascerà tra le due potenze determinanti per il buon esito del vertice di Copenhagen, Cina e Stati Uniti, primo e secondo emettitore mondiale, lo si troverà anche grazie ai guadagni che la green economy fa intravedere. Su queste pagine lo avevamo già visto, parlando della neonata collaborazione tecnologica tra i due giganti (vedi articolo Qualenergia.it, “Usa e Cina alleati almeno nella ricerca”), e raccontando dello sforzo cinese per promuovere la green economy. In questo senso vanno le notizie che giungono dal World Economic Forum sulla nuova intesa sino-americana per “conquistare assieme il mondodell’economia verde.

Nell’accordo bilaterale tra le due superpotenze, responsabili assieme del 40% delle emissioni mondiali (che dovrebbe essere siglato a novembre con la visita di Obama in Cina), infatti, racconta il Guardian, dovrebbe essere compresa anche una strategia per la creazione di un mercato da un 1.000 miliardi di dollari per le tecnologie verdi, disegnata dai leader della finanza e dell’imprenditoria dei due paesi.

Secondo il piano, oltre ad una rafforzata collaborazione tecnologica tra i due paesi, flussi di denaro dai settori pubblici e privati delle due potenze andrebbero riversati in Cina per espandere massicciamente il mercato del solare, dell’eolico, delle smart grid e promuovere la carbon capture nel gigante asiatico. Al tavolo attorno al quale si è decisa la strategia si sono seduti i vertici di Boeing, General Electric e altri grande aziende Usa e le loro controparti cinesi come Suntech, leader tra i produttori di celle e moduli fotovoltaici o BYD, azienda che sta investendo molto sulle auto elettriche.

Certo, alcuni ostacoli alla collaborazione tra i due non mancano. Uno tra questi è l’atteggiamento “geloso” della proprietà intellettuale di parte dell’industria americana. “Quando si parla di costruire la green economy, gli Usa sono paralizzati dalla paura che la nostra proprietà intellettuale venga rubata. Ma quello che può accadere in realtà è che potremmo perdere l’opportunità di portarla in Cina e loro potrebbero prendere le innovazioni tecnologiche da altri paesi”, spiega a Businessweek, Orville Schell del Center on U.S.-China Relations all’Asia Society a New York.

Altro ostacolo alle relazioni sono gli accenni protezionistici statunitensi, come quelli contenuti nel Climate Bill (in cui è prevista la possibilità di tasse sull’import dai paesi che non accettino limiti alle emissioni). Ma, come sottolinea Schell, “commercio e cambiamenti climatici sono due aree in cui Usa e Cina non possono sfuggire l’uno all’altro” e visto che la Cina si sta muovendo molto veloce nella green economy “ora c’è l’opportunità di collaborare. Più avanti potrebbe esserci il rischio di venire mangiati.”

Un discorso quello di Schell che i businessman americani seduti al tavolo dell’accordo sembrano aver recepito. Anche perché su molti aspetti riguardanti l’innovazione tecnologica, e non solo sulla produzione, la Cina sta superando gli Usa. Un esempio è quello della cattura della CO2: a Shangai, fa notare il Guardian, c’è un progetto che permetterebbe di sequestrare il gas serra al costo straordinariamente basso di 40 $ dolari a tonnellata (contro i 90-180 di cui si è parlato finora). E la carbon capture, come abbiamo visto su queste pagine (vedi documento “Perché la Cina non catturerà la CO2” su Qualenergia.it) ha più possibilità di diffondersi negli Stati Uniti che non in Cina.

La collaborazione tra i due giganti dell’economia mondiale per convivere e ottenere il massimo da un mercato, quello della green economy, pare essere una scelta obbligata. Sopratutto in vista di Copenhagen, dove, con ogni probabilità, potrà riceverà una spinta senza precedenti. .

GM

11 settembre 2009