Adattarsi agli effetti del riscaldamento globale costerà molto di più di quanto si è stimato finora. I numeri considerati nei negoziati internazionali sul clima, quelli dell’UNFCCC, il segretariato delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici, sono sbagliati sistematicamente in difetto. Il conto, che resta ampiamente incerto, sarà con ogni probabilità molto più salato.

È quanto emerge dallo studio “Assessing the costs of adaptation to climate change” (vedi allegato) pubblicato dal Grantham Institute for Climate Change e dal International Institute for Environment and Development. Un documento che, a meno di cento giorni dal vertice di Copenhagen, merita particolare attenzione: nei negoziati si parla di un fondo internazionale per l’adattamento di 100 miliardi di dollari all’anno, con la proposta europea di arrivare a 140, i numeri dello studio UNFCCC indicano costi dai 49 ai 171 miliardi di dollari all’anno da qui al 2030. Ma per il coordinatore del nuovo studio, Martin Parry (già co-presidente dell’International Panel on Climate Change) il conto sarebbe almeno 2-3 volte superiore e questo senza considerare i molti aspetti che il lavoro del UNFCC trascura. Solo per adeguare e proteggere le infrastrutture nei paesi in via di sviluppo servirebbero più di 400 miliardi di euro all’anno.

Molti infatti, secondo il nuovo report, i “buchi” negli studi fatti finora e sintetizzati nei dati delle Nazioni Unite: non si considerano, ad esempio, i costi per l’adattamento e la protezione di settori come quello energetico, del turismo, della manifattura, del commercio e dell’estrazione e non trovano posto neppure i danni economici che deriveranno dall’alterazione o dalla distruzione dei vari ecosistemi.

Anche nei campi considerati dal lavoro dell’UNFCC, poi, gli aspetti ignorati sarebbero diversi. Ad esempio, quando l’agenzia Onu stima i costi di adattamento dovuti ai cambiamenti climatici nella distribuzione dell’acqua, non tiene conto di voci importanti come le spese per prevenire o rimediare alle probabili inondazioni o per trasferire acqua nelle zone che saranno colpite da siccità. Allo stesso modo quando si considerano i costi sanitari lo si fa escludendo le nazioni sviluppate e limitandosi a un numero estremamente ridotto delle possibili conseguenze sanitarie (malaria, diarrea e denutrizione). Infine, non si considerebbero adeguatamente effetti come l’innalzamento del livello del mare o l’intensificazione dei fenomeni metereologici estremi.

In una recente dichiarazione  l’UNFCC ha difeso il proprio lavoro, realizzato nel 2007 (dopo che l’IPCC aveva concluso che la stima era troppo difficile da fare), chiarendo di “aver utilizzato i dati più attendibili disponibili in quel momento” e di aver scelto un approccio tale da “sbagliare sul lato della cautela”. Alla BBC il direttoredell’agenzia Onu Yvo de Boer ha chiarito che “la priorità non è determinare con esattezza scientifica quanto servirà per coprire i costi dell’adattamento fino al 2030, ma costruire una robusta architettura per reperire i fondi e redistribuirli”.

Ma, come sottolinea Camilla Toulmin, direttrice dell’International Institute for Environment and Development, “l’aspetto economico è la chiave che sbloccherà i negoziati di Copenhagen, se i governi lavorano su numeri sbagliati, potremmo finire con un accordo falso, che non riesce a coprire i costi dell’adattamento al cambiamento climatico.”

Giulio Meneghello

31 agosto 2009