I governi locali vogliono far parte della soluzione al problema dei cambiamenti climatici. Questo è il messaggio principale che è emerso da un vertice internazionale svoltosi a Copenhagen nel mese di giugno con 700 rappresentanti dei comuni e delle regioni di oltre 60 Paesi. Un messaggio indirizzato ai delegati che prenderanno parte alla Cop15 che si svolgerà nella capitale danese a dicembre.
Agire localmente per contribuire a combattere la crisi climatica è, come stiamo vedendo nel mondo, anche una strategia per affrontare quella economica, ma può essere anche una via per superare la crisi di idee della politica; e sappiamo quanto il nostro paese ne abbia bisogno.

Migliorare gli standard di vita dei cittadini è un processo che richiede azioni concrete, ma che ha il vantaggio di avere un riscontro diretto dei risultati. Il consenso politico che potrebbe arrivare alle amministrazioni locali italiane da interventi mirati alla riduzione dei consumi energetici, per la mobilità sostenibile e la gestione dei rifiuti, solo per citare alcune aree di azione, sono molto sottovalutate, se escludiamo alcune isolate esperienze comunali. Servirebbe che questo “virus virtuoso” inizi a contagiare gli amministratori di piccoli e grandi municipalità, ma anche i cittadini, rendendoli sempre più consapevoli e informati della opportunità economica e sociale di scelte di questo tipo.

Ad esempio, parlando di energia dovremmo tenere presente che questa non può essere slegata dalla gestione del territorio. I comuni per fornire i servizi ai cittadini e coprire i deficit di bilancio sono costretti a “gettare” parte del loro (nostro) territorio cambiando la destinazione d’uso dei terreni per renderli edificabili, incassando dai costruttori gli oneri di urbanizzazione. Ma questa strategia soffre di miopia acuta: negli anni l’impatto ambientale che procura si rivela devastante. Non solo per l’occupazione definitiva di suolo, agricolo o da destinare a verde urbano, ma perché creare nuovi insediamenti richiede servizi comunali aggiuntivi (asili, scuole, servizi energetici e idrici, trasporti, ecc.) e quindi la spesa lieviterà. Per coprirla sarà necessario rendere edificabili altre aree, in una spirale che rischia di diventare infinita. Questo sta accadendo da tempo: ogni anno in Italia l’urbanizzazione selvaggia si mangia 100mila ettari.
Gli effetti ambientali? Aumento del traffico privato e dei rifiuti, che insieme alla pessima qualità energetica delle nuove abitazioni, causano un aumento ulteriore dei consumi di energia; cresce la spesa pubblica e privata per importare fonti fossili e crescono le emissioni. In Italia un solo comune ha adottato un piano di gestione del territorio a crescita zero: è un piccolo paese a sud di Milano, Cassinetta di Lugagnano, proprio nella regione più urbanizzata d’Italia.

Può oggi un’amministrazione locale parlare seriamente di politiche a favore del clima cementificando il territorio comunale? Così facendo peggiora l’ambiente locale e, al tempo stesso, quello globale. Puntare su un maquillage verde, incentivando qualche pannello solare o piantumando qualche decina di alberi, presto non sarà più credibile. Serve invece una vera programmazione. Un concetto da “soviet” per alcuni, un’illusione per altri che guardano solo alla prossima tornata elettorale.

Uno strumento utile esiste: è il piano energetico comunale (Pec), obbligatorio dal 1991 per i comuni con più di 50.000 abitanti, che in Italia sono circa 3.060 su 8.101. Ma quelli che lo hanno redatto finora sono solo un numero trascurabile. Il Pec deve fotografare la realtà energetica, per poi definire quanto sia possibile tagliare sui consumi e far ricorso alle rinnovabili, a partire dall’illuminazione, dal riscaldamento e dagli usi elettrici nell’edilizia pubblica. Un documento che deve trovare concretezza grazie all’acquisizione di competenze da parte degli uffici tecnici delle amministrazioni, ma anche di costruttori, urbanisti e cittadini informati.

Il Pec prevede, inoltre, capitolati d’appalto per la gestione energetica degli impianti e degli edifici, contenenti forme innovative per incentivare interventi di efficienza che verranno ripagati con il risparmio stesso in più anni. Ma lo strumento più potente resta il regolamento edilizio con le raccomandazioni progettuali per l’uso efficiente dell’energia, in particolare nelle aree in trasformazione, recupero e riqualificazione urbana. E’ qui che il comune avrebbe la possibilità di incidere apprezzabilmente sulla riduzione dei consumi di energia. Attraverso un allegato energetico al regolamento edilizio può imporre che sul proprio territorio non si possano costruire case che consumino più dello standard minino di 70 kWh/m2 anno, cioè un terzo di quanto in media consumano le nostre abitazioni. Un obiettivo che può essere raggiunto anche con le ristrutturazione. Meglio ancora sarebbe reindirizzare l’industria edile verso la riqualificazione spinta dell’esistente, invece che su nuove abitazioni. Ci sarebbe spazio per una riduzione dei consumi di energia del 30-70% in pochi anni. Un mercato immenso che darebbe nuova linfa al settore dell’edilizia, come dimostra l’esperienza di CasaClima di Bolzano, che ha permesso anche di trascinare diversi comparti industriali locale legati alla componentistica delle costruzioni (isolanti, vetri, dispositivi energetici, ecc.).

Molte di queste azioni possono funzionare se si investe anche nell’informazione e se i cittadini vengono considerati protagonisti delle politiche adottate. Marco Boschini, presidente dell’associazione Comuni Virtuosi, in proposito ha detto: “Mirare al 100% di raccolta differenziata o a una mobilità sostenibile non è facile. Il tutto funziona solo se i cittadini sono convinti della necessità e del valore di certe scelte politiche. E quindi sono importanti tutti gli strumenti di coinvolgimento, dai bilanci sociali partecipativi alle progettazioni partecipate”.

E’ il caso della gestione dei rifiuti: raccolta differenziata porta a porta con tariffa puntuale, compostaggio, riciclaggio, riuso, riduzione dei rifiuti, isole ecologiche. Oggi sono quasi mille i comuni italiani che praticano la raccolta porta a porta e l’esperienza dimostra che in pochi mesi si arriva al 65-85% di raccolta differenziata. Esiste poi l’opportunità dell’utilizzo energetico degli scarti organici con i quali è possibile produrre biogas per alimentare i mezzi pubblici, anche quelli necessari alla raccolta dei rifiuti.
Anche dal basso servono impegno, etica e competenze, ma soprattutto c’è fame di una politica che si rimetta in gioco e sia capace di sperimentare nuove soluzioni, a partire da quelle che puntano a migliorare l’ambiente.

Leonardo Berlen

18 agosto 2009

articolo pubblicato su QualEnergia, n.3/2009 con il titolo “Oltre l’orizzonte” (rubrica “Energie locali”)