Protezionismo verde e negoziati fragili

  • 4 Agosto 2009

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La Francia propone una tassa europea sull'import da paesi che non taglino la CO2, per cautelarsi nel caso i negoziati di Copenhagen falliscano. Una misura analoga è nel Climate Bill americano. Ma la proposta non piace quasi a nessuno: rischierebbe di compromettere il dialogo con i paesi emergenti in un momento delicatissimo.

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Una tassa europea sulle importazioni dai paesi che si rifiutassero di impegnarsi a ridurre le emissioni: una sorta di dazio protezionista sulla CO2, per tutelarsi nel caso il vertice di Copenhagen non riuscisse a coinvolgere tutti nel taglio dei gas serra. È la proposta portata dalla Francia all’ultimo incontro informale dei ministri dell’Ambiente dell’Ue, tenutosi venerdì ad Aare, nella Svezia centrale. Un’ idea che però non è piaciuta agli altri Stati membri.

Dietro la proposta di Parigi la volontà di difendere gli interessi europei nel caso al vertice di dicembre non si raggiungesse un accordo e mancasse la collaborazione dei paesi emergenti nella lotta al global warming. Nazioni che si sottraessero allo sforzo per ridurre le emissioni avrebbero infatti un notevole vantaggio economico nei confronti chi, come l’Europa, si è dato obiettivi impegnativi. Si troverebbero con costi dell’energia minori e rischierebbero di attirare industrie in fuga dalle legislazione europea sul clima, cosa che tra l’altro finirebbe col fare aumentare ancora di più i gas serra nei paesi che si tenessero fuori dall’accordo internazionale. Insomma – come ha spiegato il ministro francese Jean Luis Borloo – si tratterebbe di una misura da prevedere per cautela nel caso i negoziati di Copenhagen fallissero.

Una tassa del genere, che vada a “compensare” la differenza di costi sostenuti a causa della legislazione anti-CO2 tra industria domestica ed estera, d’altra parte è prevista anche nel Climate Bill americano. Introdotta all’ultimo momento nella versione approvata dalla Camera per acquisire il consenso dei rappresentanti degli stati industriali della Rust Belt, il “carbon equivalency fee” entrerebbe in vigore dal 2020 e andrebbe a pesare sull’import dei prodotti ad alta intensità energetica da paesi che non adottino meccanismi di contenimento delle emissioni.

L’Organizzazione mondiale del commercio non ha avuto niente da ridire sul possibile balzello americano, ma le accuse di protezionismo sono arrivate subito con le accese reazioni dei paesi in via di sviluppo, Cina e India in prima linea. Per i paesi emergenti si tratta infatti di una forma di protezionismo che rischierebbe di danneggiare le loro economie. Ma il fronte dei contrari a tasse sull’import dai paesi che non tagliano la CO2 in realtà è molto esteso.

La misura non piace infatti neanche a Barack Obama stesso, preoccupato per il segnale negativo lanciato ai pvs in un momento così delicato per i negoziati internazionali. A bocciare la tariffa anche  l’economista Nicolas Stern, che ha invitato a “non farsi sedurre dal protezionismo verde”, mentre Rajendra Pachauri, il presidente dell’IPCC, si è espresso pubblicamente auspicando che la misura scompaia dalla versione finale del Climate Bill americano, che deve ancora passare l’esame del Senato.

Anche tra i ministri europei cui è stata proposta venerdì dalla Francia, come anticipavamo, la tassa sull’import (da non confondersi con eventuali carbon tax nazionali come quella già in vigore in Svezia e di prossima adozione in Francia) non è piaciuta. “Una minaccia ai paesi in via di sviluppo che rischia di rendere più difficili i negoziati (a Copenhagen, ndr)” per il ministro dell’Ambiente svedese Andreas Carlgren, mentre il segreatario di stato per l’Ambiente tedesco, Matthias Machnig, ha parlato addirittura di “una nuova forma di eco-imperialismo“. Il timore, oltre a quello di compromettere i negoziati, è di innescare una guerra doganale con i paesi emergenti.

Insomma: la carbon tariff risulta politicamente poco praticabile, ma la proposta mette in evidenza la necessità coinvolgere tutti nel taglio delle emissioni. Sullo sfondo il solito dibattito sull’opportunità che ai paesi in via di sviluppo venga imposto di ridurre le emissioni. Da una parte le argomentazioni di nazioni come Cina e India, che si rifanno al basso livello di emissioni pro-capite dei loro 2,5 miliardi di cittadini, puntano il dito sulla maggior responsabilità storica dell’occidente industrializzato per l’effetto serra e difendono il loro diritto alla crescita economica, dall’altra quelle di chi, come l’economista Willem Buiter sul Financial Times,  sostiene che non c’è motivo per cui “i figli paghino le colpe dei padri”, che quello che conta sono le emissioni cumulative di ogni nazione e che esonerare i pvs dal taglio della CO2 “per un senso di colpa post-coloniale” sarebbe ingiusto.

Una questione delicata: se risulta difficile accettare che un cinese, che emette circa 4,5 tonnellate di CO2 all’anno sia responsabile tanto quanto un americano, che ne emette oltre 19, è chiaro che senza un contributo della Cina e dell’India, primo e quarto emettitore mondiale, la lotta al riscaldamento globale è destinata a fallire, con conseguenze climatiche che tra l’altro saranno molto più pesanti proprio per i paesi più poveri.

In questo contesto fondamentale diventa quello che i paesi ricchi saranno disposti a concedere a quelli emergenti per arruolarli nella battaglia: accantonare la carbon tariff è un passo in questa direzione ma l’elemento fondamentale è il contributo economico per aiutarli a combattere il cambiamento climatico ed adattarsi alle conseguenze. Gordon Brown sostinene la necessità di un fondo di almeno 100 miliardi di dollari. Alla riunione dei ministri europei di venerdì si è parlato anche di questo, ma ci si è ben guardati dal mettere sul tavolo una cifra: come ha detto il segretario di stato per l’Ambiente tedesco, Matthias Machnig, “è stupido calare subito gli assi quando si gioca a poker”. E la partita da qui al vertice di Copenhagen è ancora molto lunga.

GM

28 luglio 2009

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