La green economy britannica

  • 20 Luglio 2009

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Presentato il nuovo piano energetico britannico: entro il 2020 rinnovabili moltiplicate per 6 ed emissioni giù del 34%. Eolico offshore, efficienza energetica e una versione inglese del conto energia. Si conta di creare 1,2 milioni di posti di lavoro al 2025 e un giro d'affari di 3.000 miliardi di sterline. La Gran Bretagna vuole essere leader della nuova green economy.

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Moltiplicare per 6 la quota di rinnovabili nei prossimi 11 anni, per arrivare a ridurre al 2020 del 34% le emissioni rispetto ai livelli del 1990, e poi  ad un taglio dell’80% al 2050. Con il piano energetico presentato mercoledì la Gran Bretagna prosegue con decisione sulla strada dell’economia “low carbon”. Il paese, che come culla della rivoluzione industriale più di tutti  ha contribuito all’effetto serra, si riconferma anche quello con la classe politica più attenta a fermare il riscaldamento globale, tanto che il piano è stato definito l'”alba della nuova era delle rinnovabili”.

Generazione di elettricità, abitazioni e trasporti i settori – ognuno con un target da raggiungere – su cui incideranno le misure presentate. Nel settore elettrico si punta a ridurre le emissioni del 22% rispetto ai livelli attuali e lo si farà arrivando al 2020 con il 40% dell’elettricità inglese prodotta da fonti rinnovabili. Moltissimo farà l’eolico, specie quello offshore, cui sono stati destinati 120 milioni di sterline di finanziamento e si spera anche nell’energia da onde e maree nelle quali il piano investe altri 60 milioni.

Anche se tra le fonti low-carbon Londra include le centrali termoelettriche con cattura della CO2 (con la previsione di 4 impianti pilota) e nucleare (si parla di “facilitare la costruzione di nuove centrali”), pare chiaro che CCS e atomo saranno secondarie e che il nucleare non aumenterà la sua quota, anzi forse la vedrà ridotta: per le rinnovabili l’obiettivo del 2020 è arrivare al 30% della produzione elettrica (partendo dal 5% attuale): a carbone con CCS e atomo assieme resterebbe dunque il 10% (mentre il nucleare ora conta per poco meno del 20%).

Nel settore residenziale – responsabile di circa un terzo delle emissioni nazionali – invece la parola d’ordine è efficienza energetica, per arrivare a tagliare la CO2 del 29% rispetto ai livelli attuali. Ecco che il piano prevede investimenti per 3,2 miliardi di sterline per migliorare il bilancio energetico delle case. Assieme a criteri energetici più stringenti in edilizia anche la disposizione che al 2020 tutti gli edifici britannici siano dotati di contatori intelligenti per l’elettricità, che consentono di monitorare e ottimizzare i consumi.

Tra le novità importanti l’introduzione di una tariffa fissa, analoga al nostro conto energia, per chi produrrà energia con impianti fotovoltaici o minieolici domestici; nel 2011 andrà ad aggiungersi un altro incentivo per la produzione di calore da rinnovabili. Altra misura interessante è una speciale forma di finanziamento per gli inteventi che migliorino l’efficienza energetica degli edifici: lo Stato anticiperà fino a 10mila sterline che poi riavrà indietro direttamente dai risparmi in bolletta. Il debito, che si estinguerà in 25 anni, analogamente a quanto avviene in alcune realtà statunitensi, non sarà legato al proprietario, ma all’immobile: in questo modo chi si fa anticipare i soldi necessari a coibentare un’abitazione avrà convenienza a farlo anche se pensa di venderla solo dopo pochi anni: lo Stato recupererà i soldi dal risparmio in bolletta del nuovo proprietario. Insomma, una sorta di Esco statale.

Incentivi consistenti anche per le auto efficienti: dal 2011 chi acquisterà un auto elettrica o ibrida avrà un bonus dalle 2mila alle 5mila sterline. Oltre a questo, nel piano saranno stanziati 30 milioni di sterline per iniziare a riempire il paese di punti di ricarica per le auto elettriche e altri 30 per dotarsi di autobus più efficienti. E a proposito di trasporti, tutti i voli domestici e per e dall’Europa saranno inclusi nel conteggio delle emissioni nell’ambito dello schema ETS.

Tra le critiche al piano, dal versante ambientalista, c’è quella di glissare sulla questione carbone, visto che si continua infatti a contare su una tecnologia ancora immatura come la cattura della CO2. Inoltre si contesta il fatto di ricorrere molto ai meccanismi di compensazione per ridurre le emissioni. Ma il piano, che dovrebbe divenire legge prima della fine dell’anno, in tempo per Copenhagen, anche se non permetterà di targliare quel 40% di emissioni al 2020, come richiesto ai paesi ricchi da quelli in via di sviluppo, è effettivamente un deciso passo avanti.
Una mossa con cui il Governo di Londra vuole non solo combattere il global warming, ma anche rendere più competitivo il paese, facendone un punto di riferimento dell’economia low-carbon. La previsione contenuta nel documento, infatti, è che alla metà del prossimo decennio le misure per ridurre le emissioni avranno creato 1,2 milioni di posti di lavoro, per un giro d’affari di 3.000 miliardi di sterline.

GM

17 luglio 2009

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