Mancano 5 mesi al vertice di Copenhagen in cui si deciderà la strategia mondiale contro il global warming e il balletto diplomatico tra i due giganti delle emissioni continua. Come nel walzer, due passi avanti e uno indietro: dopo l’ultima gelata al G8 dell’Aquila, con la Cina che (assieme agli altri paesi emergenti) ha rifiutato l’impegno proposto, di dimezzare le emissioni globali entro il 2050, Washington e Pechino si riavvicinano, accantonando per un momento il problema dei limiti alle emissioni e puntando invece sulla collaborazione tecnologica in grado di ridurle.

L’ultimo giro di danza, infatti, si è concluso venerdì assieme alla visita cinese del Segretario per l’energia americano, Steve Chu, e quello di per il commercio Gary Locke. Una missione diplomatica che pur evitando accuratamente le questioni calde e spinose da risolvere tra i due maggiori emettitori mondiali  ha segnato un passo avanti verso un accordo mondiale. Il risultato tangibile, dal grande valore simbolico oltre che pratico, è un programma di ricerca congiunto sulle tecnologie low-carbon.

Con un finanziamento comune di 15 milioni di dollari le due potenze che assieme emettono il 42% dei gas serra annuali del pianeta, hanno annunciato la nascita dell’ U.S.-China Clean Energy Research Center.  L‘istituto, che avrà centri operativi in entrambi i paesi,  servirà a lavorare insieme sulle soluzioni per ridurre le emissioni climalteranti. Si occuperà di efficienza energetica degli edifici, ma anche di mobilità sostenibile, rinnovabili, nucleare e cattura della CO2. Il progetto sull’ edilizia a basso consumo è stato presentato proprio durante una visita di Chu a un modello di casa ecosostenibile realizzata in Cina da ricercatori americani e metà della cubatura in costruzione nel mondo è nel gigante asiatico.

Che entrambe le superpotenze stiano investendo nella green economy è chiaro e ne abbiamo scritto più volte parlando sia delle politiche di Obama che di quelle del Governo cinese, ad esempio, per le rinnovabili o per lo sviluppo dell’industria delle auto elettriche. Un terreno dalle grandi prospettive in cui si mischiano competizione economica e lotta alle emissioni: come fa notare tra le righe il Financial Times qualche azienda americana del settore sarebbe preoccupata di eventuali regali in termini di know-how alle concorrenti cinesi. Forse anche per questo a tenere occupato il nuovo U.S.-China Clean Energy Research Center sembra che sarà in gran parte la ricerca sulla cattura della CO2: tecnologia dai costi particolarmente alti e dai risultati ancora incerti, ma fondamentale per entrambi i paesi,  visto che contano ancora molto sul carbone: gli Usa per poco meno della metà della produzione elettrica, la Cina per oltre l’80%.

Insomma, il cammino per Copenhagen procede anche gettando ponti di collaborazione tecnologica. Proprio il trasferimento di tecnologie dai paesi ricchi a quelli in via di sviluppo, assieme alla creazione di un fondo per aiutarli a combattere e ad adattarsi agli effetti del riscaldamento è una delle richieste della Cina nel negoziato internazionale, oltre a quella che i paesi industrializzati taglino la CO2 almeno del 40% entro il 2020 dai livelli del 1990. Che il passo avanti fatto, con la creazione dell’ U.S.-China Clean Energy Research Center, lasci irrisolto il problema di un accordo sulle emissioni tra i due giganti d’altra parte non c’è bisogno di dirlo.

Il gioco, semplificando, resta quello del “si, ma prima tu”: negli Usa un fronte interno teme la competizione della Cina nel caso questa non si dia regole severe sulle emissioni e per questo si oppone a un impegno americano forte, dall’altra parte, prima di impegnarsi Pechino chiede ai paesi di prima industrializzazione, in quanto più ricchi e maggiormente responsabili dell’effetto serra, obiettivi coraggiosi e aiuti.

Un gioco che risulta chiaro anche da come la stampa dei due paesi ha interpretato il dicorso di Chu per la visita della settimana scorsa, nel quale il Nobel ha ammesso le responsabilità storiche dell’occidente e sollecitato tutti all’azione. “Cina avvertita sulle emissioni”, titola il Wall Street Journal, mentre China Daily apre con: “Steven Chu: Usa pronti a prendere la guida sul cambiamento climatico”.

GM

20 luglio 2009