Carbone, nucleare e belle parole

  • 10 Luglio 2009

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Il gigante francese dell'atomo cerca di farsi un'immagine verde, che però stride con il suo business, fatto di nucleare e tanto carbone. Intanto BP prosegue la sua ritirata dalle rinnovabili, mentre continua con le sabbie bituminose, la cui redditività però potrebbe essere messa in forse dal Climate Bill americano.

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Più sono sporchi e più si tingono di verde. Ma la penna di Fred Pearce non perdona e questa settimana, nella sua rubrica “Greenwashing”, sul Guardian, va a pungere Electricité de France, denunciando la dissonanza tra l’immagine pulita che l’azienda si vorrebbe dare e il suo business, incentrato su nucleare e carbone. Ad attirare l’attenzione del giornalista su EDF, la società a controllo pubblico francese, è la campagna di comunicazione che questa sta facendo in Gran Bretagna per promuovere “uno stile di vita low-carbon”.

La compagnia, in particolare, sta organizzando per il 10 luglio una giornata nazionale “verde” per il Regno Unito, il Green Britain Day, che vorrebbe far diventare una ricorrenza annuale, in cui si organizzano iniziative per promuovere la sostenibilità energetica. Lo scopo, nelle parole dell’azienda, “imbrigliare l’energia dell’azione collettiva” e “aiutare le persone a fare dei cambiamenti di stile di vita a lungo termine verso un esitenza low-carbon”. Parole che stridono chiaramente con quello che EDF fa.

Non si tatta solo del nucleare, di cui è leader mondiale (nonché partner di Enel nell’avventura atomica berlusconiana) e che – pur ponendo grandi dubbi in quanto a sostenibilità e non essendo totalmente esente da emissioni (vedi articolo Qualenergia.it) – è certamente più low-carbon rispetto di altre fonti. Ma ad attirare le critiche è soprattutto l’attività della società nel campo del carbone. Nessuna compagnia impegnata nel modo di produrre energia più sporco al mondo – sottolinea Pearce – può fregiarsi di credenziali verdi. Ed EDF nel carbone è dentro fino al collo, tramite EDF Trading, uno dei più grandi attori nel mercato mondiale di questo combustibile.

Come EDF Trading la compagnia importa in Europa da Asia, Africa, Stati Uniti e paesi dell’Est oltre 30 milioni di tonnellate di carbone all’anno che vanno sia alle centrali della stessa EDF che a quelle di altri operatori, come nel caso dell’impianto di Drax, nel North Yorkshire, la più grande fonte di emissioni del Regno Unito. Se è vero quello che l’azienda dichiara, cioè di essersi “presa la responsabilità di essere parte della soluzione al cambiamento climatico”, scrive Pearce, ci si aspetterebbe che EDF stia almeno riducendo il suo coinvolgimento nel carbone. Non è così: il settore carbone di EDF è in piena espansione con l’ingresso sul mercato giapponese e l’apertura di un nuovo terminal da 15 milioni di tonnellate ad Amsterdam.

Intanto in queste settimane giungono brutte notizie anche da un altro ospite abituale della rubrica Greenwashing: BP, il gigante degli idrocarburi che già anni fa ha cambiato il significato dell’acronimo da “British Petroleum”  a “Beyond Petroleum,” cioè oltre il petrolio, e che ora i critici hanno ribattezzato “Back to Petroleum”: ritorno al petrolio. Già alcuni mesi fa segnalavamo la ritirata progressiva della multinazionale dal settore delle energie pulite e la settimana scorsa è arrivata notizia che la direttrice della divisione rinnovabili, Vivienne Cox, ha rassegnato le dimissioni e che il quartier generale della divisione sarà trasferito nella sede della casa madre.

Un fatto che molti hanno visto come un ulteriore passo indietro sul fronte rinnovabili e che – fa notare il Guardian – arriva dopo la ritirata di BP sull’eolico inglese, il quasi dimezzamento del budget destinato alle fonti alternative avvenuto l’anno scorso e dopo la chiusura, ad aprile, di alcuni stabilimenti per la produzione di moduli fotovoltaici in Spagna e negli Usa, con relativa perdita di 620 posti di lavoro. Nel frattempo, invece, la compagnia che, a parole, va “oltre il petrolio”, continua il suo impegno in uno dei settori con l’impatto più pesante in termine di emissioni e devastazione ambientale, quello delle sabbie bituminose canadesi.

Da questo lato però una buona notizia la troviamo nel giornale canadese The Globe and Mail: il Climate Bill statunitense, appena approvato dalla Camera, potrebbe essere un duro colpo sia per chi estrae il petrolio dalle sabbie nell’Alberta sia per chi lo raffina poi negli Usa. La possibilità di tasse Usa sull’import di beni da produzioni ad alte emissioni e il prezzo che i raffinatori americani dovranno pagare per la CO2 emessa metterebbero in forse molti investimenti in un settore che già ora ha un rapporto tra investimenti e guadagni molto meno favorevole rispetto all’estrazione di greggio convenzionale.

GM

3 luglio 2009

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