Oggi al G8 a L’Aquila si parlerà di cambiamenti climatici e lo si farà anche domani con la riunione dei 17 paesi del Major Economies Forum (MEF). Incontri che avranno luogo mentre le trattative internazionali sono in stallo e la missione di trovare un accordo a dicembre a Copenhagen si sta rivelando sempre più difficile: dall’incontro di ieri a Roma è emersa la chiusura di Cina e India agli impegni di riduzione della CO2 proposti daglialtri paesi. Tuttavia le dichiarazioni di obiettivi ambiziosi per il vertice appena iniziato non sono mancate. La speranza è quella di perfezionare l’impegno preso nell’ultimo G8 di ridurre le emissioni del 50% entro il 2050 con i paesi ricchi che tagliano dell’80% e di farlo approvare anche al MEF, assieme all’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura sotto ai due gradi, per la prima volta condiviso anche dagli Usa.

Quello che uscirà dagli incontri si potrà valutare solo nei prossimi mesi, ma più della condivisone degli obiettivi a lungo termine sopra citati, conteranno gli eventuali accordi sui passi concreti da fare per raggiungerli. Il primo lo ha indicato provocatoriamente  Greenpeace, fermando quattro centrali a carbone in Italia. Per il resto ai tavoli di G8 e MEF l’unica proposta di sostanza per ora pare essere quella del primo ministro inglese Gordon Brown, di creare un fondo da 100 miliardi di dollari all’anno per aiutare i paesi in via di sviluppo a prevenire e affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici.

Dal Regno Unito viene anche il report pubblicato per l’occasione, dal titolo “Technology for a low carbon future” (vedi allegato). Un dossier, redatto da The Climate Group, think-tank legato all’ex primo ministro Tony Blair, che si propone appunto di mostrare ai grandi gli strumenti con i quali raggiungere la riduzione delle emissioni necessaria a contenere il global warming. Facendo eco a quanto sostenuto anche dall’International Energy Agency – cioè che il 54% dei tagli alle emissioni necessari per restare sotto ai 2 gradi si può ottenere solo con le tecnologie per l’efficienza energetica già esistenti – il rapporto inglese chiarisce che gli strumenti per fermare il riscaldamento del pianeta già ci sono e basta applicarli: “Conosciamo le tecnologie di cui abbiamo bisogno, dove applicarle e quanto occorre investire”.

 
Il 70% della riduzione della CO2 necessaria – spiega il report – può essere ottenuto solamente con efficienza energetica, stop alla deforestazione e target obbligatori per le rinnovabili. Per tagliare 19 gigatonnellate di CO2 al 2020 e 48 al 2050 occorrono circa un trilione di dollari all’anno, cioè il 40% di quello che si investe ogni anno in infrastrutture o, se vogliamo, l’1,4% del Pil mondiale. Una cifra che comprende gli investimenti che si farebbero comunque anche nello scenario “business as usual”: i costi aggiuntivi, con il petrolio a 60 dollari al barile sarebbero di circa 315 miliardi di dollari all’anno al 2015 e 811 al 2030, mentre un barile a 120 $ ridurrebbe gli investimenti aggiuntivi di 700 mld di dollari all’anno, rendendoli prossimi allo zero.

Tecnologie e strumenti per raggiungere gli obiettivi del 2020 sono già applicabili e disponibili ora, puntualizza il report. In particolare, sette sono le politiche da estendere: quote minime e tariffe incentivanti per le rinnovabili (risparmio possibile di 2,1 Gton di CO2); incentivi all’efficienza nei processi industriali (- 2,4 Gton); standard di efficienza nell’edilizia (-1,3 Gton) e nei veicoli (0,4 Gton); riduzione del contenuto di CO2 nei carburanti (-0,3 Gton); standard di efficienza energetica per gli elettrodomestici (-0,3 Gton) e, infine, uno stop alla deforestazione che farebbe risparmiare ben 9 Gton di gas serra.

Per gli anni che vanno dal 2020 al 2050, invece, secondo The Climate Group, diventa fondamentale investire per sviluppare le nuove tecnologie: nuove applicazioni del solare a concentrazione, nucleare di quarta generazione, auto elettriche, smart grid e, soprattutto, cattura della CO2. Perchè queste tecnologie  siano applicabili in tempo, si spiega, le dinamiche di mercato create dando un prezzo alla CO2 non basteranno. Occorreranno piuttosto massicci investimenti pubblici: i paesi industrializati dovrebbero accordarsi per raddoppiare i finanziamenti alla ricerca in questi campi entro il 2015 e quadruplicarli entro il 2020.

Ultimo punto è la necessità di aiutare nel cammino verso un’economia low carbon i paesi in via di sviluppo nei quali si dovrà realizzare il 30% della riduzione globale delle emissioni da oggi al 2030. Il fondo per l’adattamento e lo sviluppo di nuove tecnologie nei Pvs dovrebbe essere di 100-160 mld di dollari all’anno e a questo dovrebbero aggiungersi altri strumenti come i progetti inseriti nel Clean Development Mechanism (CDM) e altre forme di finanziamento.

 
 
GM
 
8 luglio 2009