Primi passi della neonata agenzia Irena

  • 6 Luglio 2009

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E' stata decisa la sede e il direttore generale di IRENA, l'agenzia internazionale delle rinnovabili. Dure critiche per aver scelto il quartier generale in un paese petrolifero, Abu Dhabi, e assegnata la direzione ad un paese nuclearista, la Francia. Per capire come si è arrivati a queste decisioni, Qualenergia.it ha intervistato Andrea Marroni, del GSE, della delegazione italiana.

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Il 29 giugno si è svolta a Sharm El Sheikh la seconda sessione della Commissione Preparatoria dell’Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili (International Renewable Energy Agency – IRENA), durante la quale sono state prese decisioni sul futuro di questa agenzia, nata il 26 gennaio 2009, e che intende diventare la forza motrice di una rapida espansione dell’uso sostenibile delle energie rinnovabili in tutto il mondo. Tra le principali decisioni, la scelta del quartier generale, il Direttore Generale, il bilancio e il programma di lavoro dell’agenzia.
La sede scelta è stata Abu Dhabi, la capitale degli Emirati Arabi Uniti, e alla direzione generale è stata votata la signora Hélène Pelosse, vice capo dello staff dell’Ufficio Privato del Ministro francese dell’Ecologia, dell’Energia, dello Sviluppo Sostenibile, e della Pianificazione. Queste scelte solo qualche mese fa sarebbero state sorprendenti, visto che il processo di costituzione dell’agenzia era stato portato avanti soprattutto dalla Germania e la sede più naturale sembrava essere Bonn. Hermann Scheer, il vero artefice di IRENA, era inoltre il candidato più credibile alla direzione, ma per questione tutte interne alla politica tedesca (divergenze con il ministro dell’ambiente Sigmar Gabriel) è stato via via marginalizzato. La Spagna, che puntava alla direzione con Juan Ormazábal (ex direttore di Cener), poteva avere le carte in regola, ma qualcosa è andato storto. Su El Paìs la delusione degli iberici traspare da un articolo piuttosto duro che critica le decisioni prese a Sharm El Sheikh. Sembra impossibile per gli spagnoli, infatti, che un’agenzia per le rinnovabili “sia presieduta da un paese nuclearista e che la sede si trovi in un paese petrolifero”.
Per capire come sono andate le cose, Qualenergia.it ha intervistato Andrea Marroni del Gestore Servizi Elettrici (GSE), presente alla seconda sessione della Commissione Preparatoria in rappresentanza dei Ministeri degli Esteri e dello Sviluppo Economico che insieme hanno concordato di usufruire delle competenze del GSE per alcuni aspetti tecnici nella fase costitutiva di IRENA.

Marroni, perché Abu Dhabi come sede di IRENA?
La candidatura di Abu Dhabi, in effetti, era stata presentata a marzo e la sua scelta ha stravolto tutto il processo che inizialmente era ampiamente centrato sulla Germania, con Bonn sede naturale di questa agenzia. Abu Dhabi, con il suo sogno urbanistico iper-tecnologico ed ecologico di questi anni, ha creato una forte attenzione a livello politico, industriale, tecnologico e finanziario, anche nei Pvs. E’ parso allora normale che, con la decisa spinta economica degli Emirati Arabi Uniti, sia diventata la sede di Irena. Il consenso su questo punto, alla fine, è arrivato anche dall’Italia, così come da altri paesi europei. La Germania che ha governato tutto il processo si è trovata spiazzata e piuttosto frustrata da questa scelta. Lunedì 29 giugno, Abi Dhabi ha vinto per acclamazione, anche se alla fine un contentino alla Germania è stato dato: si è previsto infatti che a Bonn ci sarà un centro per l’innovazione tecnologica per IRENA.

Veniamo alla direzione generale. Quali erano i candidati?
Ce ne erano quattro o cinque. Uno di questi era Arthouros Zervos, attualmente presidente di EWEA. Probabilmente il più qualificato, ma che non ha avuto l’appoggio di un governo forte. C’erano poi altri due candidati che avevano una certa probabilità di essere eletti, quello spagnolo e quello danese, anche per la robustezza industriale dei due paesi nel settore delle rinnovabili. Ma le loro candidature hanno lasciato molti dubbi alla platea, con presentazioni poco convincenti e una scarsa visione innovativa. La delegazione italiana, dopo una la votazione per il greco, che non è andata a buon fine, ha deciso in seguito di votare per la candidata francese Hélène Pelosse, sostenuta direttamente dal governo di Sarkozy e, in particolare, dal ministro dell’ambiente Borloo.

Perché la delegazione italiana ha puntato sulla candidata francese?
Perché con la Francia possiamo avere una giusta complementarietà. Noi vogliamo sviluppare l’industria delle rinnovabili e loro non ce l’hanno, ma vorrebbero comunque muoversi in questa direzione. La Spagna, che possiede una forte industria delle rinnovabili, forse non avrebbe dato un vero sostegno all’Italia nella sua azione di lobby internazionale, visto che probabilmente avrebbe preferito consolidare gli interessi nazionali nel settore. Insomma, dietro questa scelta c’è stata anche l’idea che la direzione francese potesse garantire maggiori opportunità all’industria italiana delle energie pulite.

Qui parliamo di azioni di lobby industriali. Ma l’obiettivo ultimo dell’agenzia non dovrebbe essere soprattutto di diffondere le tecnologie rinnovabili nei paesi più arretrati e di crearvi dei mercati solidi? Non si rischia in questo modo, guardando solo agli interessi delle industrie nazionali, di andare verso un nuovo colonialismo tecnologico che nel passato non ha certo dato risultati positivi?
I paesi in via di sviluppo hanno dimostrato un notevole entusiasmo anche perché questa agenzia nasceva con una visione, diciamo, “terzomondista” e che puntava ad essere uno strumento per un nuovo sviluppo tecnologico ed economico nei paesi meno industrializzati. Quando si inizierà a fare sul serio, con il vero e proprio programma di lavoro, e saranno delineati i primi elementi di sostanza di questa agenzia bisognerà allora stare molto attenti che non si pongano le basi per questo, che lei chiama, “colonialismo tecnologico”.

Un altro rischio può essere di riprodurre una nuova macchina burocratica. Su questo punto quali saranno le prossime decisioni?
Prima di tutto l’agenzia non dovrà essere una sovrapposizione dell’Agenzia internazione dell’energia (IEA) e, quindi, la sua missione tecnica dovrà essere compatibile con la IEA.
A breve termine, per i prossimi sette mesi, si punterà a definire una forte interazione con le strutture energetiche esistenti, rendendo questo nuovo soggetto compatibile e in sinergia con le agenzie dell’Onu, dell’Ocse e delle organizzazioni di categoria internazionali.
Seguirà poi tutta la parte relativa all’organizzazione, che prevede nello specifico la definizione di un organigramma, proposto dal direttore generale e discusso entro la fine dell’anno. Addirittura, ad oggi, ancora non si sa se la struttura si baserà per aree geografiche o tecnologiche.

Come possiamo definire in due parole il cuore dell’attività di IRENA?
I due elementi sui quali si dovrà lavorare sono ‘capacity building’ e ‘technology transfer’, soprattutto nei Pvs, che dovrebbero essere in definitiva i principali beneficiari del lavoro dell’agenzia. I primi passi saranno orientati soprattutto sulla capacity building. Abbiamo proposto di valorizzare il settore privato e per questo motivo si vuole costituire un organo di “advisory” a costo zero, con la partecipazione volontaria del settore privato. Uno strumento necessario per capire quali sono state finora le esperienze delle industrie delle rinnovabili nei Pvs, quali i problemi incontrati e ottenere così utili elementi per tentare di colmare quel tipico scollamento che esiste tra l’attività delle agenzie internazionali e la realtà di chi opera sul campo. Spesso ci troviamo di fronte a due mondi che parlano lingue diverse. Un fattore molto negativo che va assolutamente superato.

Siamo dunque ancora in una fase embrionale dell’agenzia.
Direi proprio di sì. Finora c’è stata la firma di 140 paesi, inclusi gli Stati Uniti, ma adesso è necessaria la ratifica di almeno 25 paesi. Solo da quel momento l’agenzia potrà essere veramente operativa.

6 luglio 2009

 

LB

 

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