Climate Bill, una legge che non piace

  • 1 Luglio 2009

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Tra i critici del Climate Bill approvato venerdì scorso c'è anche la Cina: obiettivi troppo bassi che rischiano di essere un cattivo esempio per gli altri paesi. Molti infatti i punti criticati che diminuiscono l'efficacia della legge e che ridurrebbe le emissioni dei settori interessati solo del 2%.

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Un passo avanti storico, ma anche deludente. L’American Clean Energy and Security Act, il famoso Climate Bill, fortemente voluto da Obama (vedi appello su Qualenergia.it),  che ha passato per soli 7 voti l’esame della Camera venerdì scorso, si presta a letture diverse. L’ultima esternazione in ordine di tempo, particolarmente importante in vista dell’accordo internazionale sul clima, è quella della Cina. “Gli Stati Uniti hanno abbassato troppo l’asticella e offrono al mondo un cattivo esempio“, esordisce un fondo su China Daily di ieri in cui si riportano le posizioni ufficiali del Governo di Pechino.

Li Gao, direttore del dipartimento Cambiamenti climatici della Commissione nazionale per la riforma e lo sviluppo cinese, nel pezzo fa emergere chiaramente lo scontento per la legge americana, che vedrà concludere il suo iter in autunno, con l’esame del Senato e la successiva firma del Presidente. Sotto accusa riduzioni di emissioni troppo blande come risulterebbe dalla versione approvata del Climate Bill. Gli Usa, ricordiamo, con il provvedimento allo stato attuale arriverebbero a ridurre le emissioni del 17% rispetto al 2005: obiettivo che, considerato ai livelli del 1990, significherebbe invece una riduzione solamente del 4%. Molto distante da quello che la Cina e il Gruppo dei 77 paesi in via di sviluppo chiedono ai paesi ricchi e cioè di tagliare la CO2 almeno del 40%. “Invece di puntare in alto alcuni paesi industrializzati seguiranno (l’esempio americano, ndr) e proporranno obiettivi bassi”, sottolinea Li Gao.

Il target basso ha ricevuto critiche anche dal versante europeo, come quelle di Andreas Calgren, Ministro dell’ambiente della Svezia, paese cui spetterà la presidenza di turno dell’Ue proprio durante i negoziati di dicembre a Copenhagen. Altro punto del Climate Bill che non piace alla Cina, l’accenno a tasse sull’import da paesi che non applichino un prezzo sulla CO2. Cosa che la Cina,  pur adottando politiche per ridurre le emissioni, non ha intenzione di fare. Una punta di protezionismo che fa paura al gigante asiatico: mischiare commercio internazionale e lotta al cambiamento climatico – minaccia velatamente Li Gao – “renderebbe solo la questione più complicata e danneggerebbe gli sforzi di cooperazione internazionale contro il global warming”. Insomma, sul piano internazionale, per ora, il passo storico americano non ha ottenuto quello che Obama si prefiggeva: fare del paese un leader nella lotta al riscaldamento globale.

D’altra parte, dopo il mercanteggiare di questi mesi per ottenere l’approvazione (vedi articolo Qualenergia.it), quello che è uscito venerdì dalla Camera è un provvedimento quantomeno annacquato. Diversi i punti che lo indeboliscono rispetto alla sua versione iniziale: prima tra tutte l’allocazione gratuita dei permessi ad emettere nell’ambito del sistema “cap and trade” stabilito. Obama avrebbe voluto un mercato delle emissioni con il 100% dei permessi messi all’asta: nella versione attuale, almeno nella fase iniziale, invece, l’85% dei permessi sarà assegnato gratuitamente. Permessi gratuiti di cui molti andranno all’industria del carbone, premiata anche con la scomparsa del punto in cui si stabilivano limiti alle emissioni per le nuove centrali, oltre che da finanziamenti per realizzare la cattura della CO2.

Poi c’è il massiccio ricorso ai meccanismi di compensazione: le industrie potranno sforare complessivamente di 2 miliardi di tonnellate di CO2 ogni anno, purché compensino con investimenti puliti, anche all’estero. Oltre a questo, molti altri punti minori minano l’efficacia del provvedimento, come quello che stabilisce che nel conteggiare le emissioni della produzione di biocarburanti non si considererà più il cambio d’uso del suolo. Nel complesso, secondo l’analisi del Congressional Budget Office, le emissioni dei settori coinvolti, dal 2012 al 2020, verrebbero ridotte solo del 2%. Arrivando nel 2020 a 54,5 miliardi di tonnellate: vicino ai 55,4 dello scenario business as usual e molto distante dai 43,7 auspicati dal IPCC.

Se molte associazioni ambientaliste americane si sono dette soddisfatte, considerando la legge come un buon inizio, si possono capire le critiche che vengono dall’estero e da importanti organizzazioni come Greenpeace e Friends of the Earth, che hanno rinnegato il provvedimento. Ora c’è da sperare che da qui all’approvazione finale, in autunno, il Climate Bill torni in carreggiata. In tempo per mettere qualcosa di più sostanzioso sul piatto per Copenhagen.

 
 
 
GM
 
1 luglio 2009
 
 
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