La settimana scorsa abbiamo raccontato due storie che hanno gettato un ombra sul pellet, uno dei combustibili da biomassa più sostenibili ed efficienti: dalla Lituania è stata importata una partita di pellet con concentrazioni di Cesio 137, sostanza radioattiva, fino a 40 volte il limite legale, mentre, in Italia, uno dei più grandi produttori nazionali, La Ti Esse di Treviso, è sotto inchiesta con l’accusa di aver prodotto il pellet anziché da legno vergine come prescrive la legge, da legno scartato da alcuni mobilifici, suscettibile di essere trattato con colle e vernici. Due episodi che mettono in luce l’esigenza di trasparenza nella filiera di questo combustibile. Ne parliamo con Marino Berton, presidente di Aiel, l’associazione italiana per le energie agroforestali nonché coordinatore di Assopellet.

Berton, in queste ultime settimane l’immagine del pellet ha subito due duri colpi …
Innanzitutto bisogna dire che la vicenda del pellet radioattivo alla fine si è molto ridimensionata ed è circoscritta ad alcune partite precise d’importazione. Come Assopellet abbiamo sottoposto per precauzione anche vari campioni di pellet italiano ad analisi di laboratorio in strutture qualificate per misurare la radioattività e non abbiamo trovato valori anomali.

Sul versante nazionale però c’è la vicenda di La Ti Esse, uno dei più grandi produttori italiani, nonché azienda del presidente di Assopellet. In questo caso il pellet non sarà radioattivo, ma resta comunque potenzialmente pericoloso. Neanche comperando pellet nazionale il consumatore può essere tranquillo al 100%. Come si muovono Aiel e Assopellet per una filiera più trasparente?
Proprio per garantire la trasparenza della filiera Aiel ha introdotto un sistema di attestazione volontario della qualità, che assegna il marchio Pellet Gold, e a cui La TI Esse non si è mai sottoposta. Un sistema di attestazione al di sopra delle parti, basato sui parametri delle principali normative europee CEN/TS 14961, degli standard austriaci per il settore DINplus, ÖNORM M 7135 e sui limiti introdotti dal Pellet Fuel Institut (PFI) americano. Si garantisce, cioè, che il pellet abbia determinate caratteristiche di qualità chimico fisiche. Un elemento aggiuntivo introdotto da AIEL, non presente in nessun altro sistema di certificazione, è proprio la valutazione del contenuto di formaldeide, fondamentale, assieme ai rilievi sull’azoto, per poter verificare l’eventuale presenza di materiali in combustione potenzialmente pericolosi per la salute, quali colle e vernici.

La Ti Esse ci ha spiegato che pur non sottoponendosi all’attestazione volontaria Pellet Gold segue le norme del Comitato Termotecnico Italiano, cosa significa?
L’azienda dichiara solo di seguire delle indicazioni, cui però non seguono controlli. L’attestazione Pellet Gold invece prevede che chi voglia avere il marchio sia sottoposto a controlli casuali periodici e a sorpresa. Si prelevano senza preavviso campioni che vengono analizzati un laboratorio certificato Sincert. I risultati vengono spediti prima ad un comitato tecnico e poi ad uno d’attestazione in cui sono rappresentati vari soggetti: un’associazione ambientalista, Legambiente, una dei consumatori, Adiconsum, l’Università di Padova, Arsia, cioè l’agenzia regionale Toscana per lo sviluppo agricolo forestale, il Cna a rappresentare il mondo produttivo e, infine, Aiel.

Un marchio che può essere concesso anche al pellet d’importazione?
Nel caso del pellet estero adottiamo una politica di reciprocità. Ad esempio, nel caso di quello austriaco certificato ÖNORM, verificato che i criteri e i laboratori d’analisi siano certificati e il sistema di prove sia compatibile con la nostra attestazione, noi concediamo il marchio, salvo richiedere periodicamente i risultati delle analisi.

Un sistema di certificazione, Pellet Gold, dunque, alla pari con quelli diffusi in Europa; lei ha accennato anche al Din Plus. Peccato però che anche il pellet radioattivo lituano Naturkraft fosse certificato DinPlus…
Con ogni probabilità il pellet in questione rispettava i vari parametri chimico fisici del Din Plus, che però come gli altri standard, non comprende misure sulla radioattività. Proprio in questi giorni abbiamo deciso di introdurre tra le prove da superare per ottenere l’attestazione Pellet Gold anche dei test sulla radioattività, che la storia del pellet lituano ha dimostrato essere fondamentali, specie per chi importa materia prima da zone a rischio.

Molti scelgono di usare pellet anche per motivi ecologici, essendo un combustibile a bilancio neutro per le emissioni e nel contempo più efficiente della legna. Il fatto che a volte arrivi da molto lontano, come nel caso di quello importato dai paesi baltici, ne pregiudica però la sostenibilità oltre a rendere più difficili i controlli sulla filiera. C’è un modo per il consumatore di sapere da dove viene il pellet che acquista?
No, al momento non esiste un obbligo di tracciabilità e noi auspichiamo che questo avvenga. Per le biomasse in generale la filiera corta è importantissima. Nel caso del pellet, secondo il mio punto di vista, la filiera può leggermente allungarsi. Il pellet infatti è ricavato dagli scarti delle segherie (quelle dove i tronchi abbattuti vengono trasformati in tavole grezze, non le falegnamerie) ed è logico che arrivi da dove c’è una concentrazione più alta di queste attività. Inoltre ha un elevato potere calorifico per cui ha senso trasportarlo per distanze un po’ più lunghe. Bisogna però stabilire soglie di convenienza nell’estensione della filiera: ad esempio che il pellet in Friuli arrivi dalla Slovenia è accettabile, mentre chiaramente non ha senso farlo arrivare dalla Cina. Nell’ambito di Pellet Gold comunque abbiamo aperto una consultazione per introdurre anche la tracciabilità tra i criteri necessari per ricevere l’attestazione.

GM

22 giugno 2009