Potenti lobby in questi anni hanno investito milioni di dollari per diffondere disinformazione sui cambiamenti climatici. A ricordarlo è John Theodore Houghton, ex professore di fisica atmosferica all’Università di Oxford e fondatore dell’Hadley Centre for Climate Prediction and Research in un articolo apparso oggi su The Guardian.
Houghton, che è stato anche lead editor dei primi tre rapporti Ipcc e direttore e co-direttore del comitato scientifico di questo panel di scienziati, ha spiegato come inizialmente queste lobby abbiano tentato di negare l’esistenza di ogni prova scientifica dei mutamenti climatici e, più recentemente, dopo essere stati costretti ad accettare che tali cambiamenti sono in atto e causati dall’azione dell’uomo, stanno iniziando a raccontare che l’impatto non sarà poi così grande e che l’approccio più giusto sarebbe quello di mettersi in una posizione attendista ed agire eventualmente quando i problemi si riveleranno nella loro reale portata.
Un approccio che anche in Italia alcuni politici e industriali stanno cavalcando, forse nel timore di vedere rimesse in discussione posizioni economiche e di potere ormai consolidate.
Houghton non è affatto d’accordo con tale approccio e ritiene invece che tutte le prove scientifiche portino alla necessità di un’azione urgente sia in termini di adattamento ai cambiamenti climatici sia ai fini della riduzione della CO2 per evitare così danni ulteriori.

Un aspetto trascurato dai “negazionisti” (per il momento chiamiamoli così, anche se dietro tali posizioni non c’è nulla di scientifico, ma spesso un approccio ideologico, quando non prezzolato) è quello che anche piccoli aumenti della temperatura media globale possono portare a rischi molto elevati per le popolazioni causati dall’innalzamento del livello del mare e da più frequenti e intense ondate di calore, così come da alluvioni e fenomeni di siccità. Un fatto ormai riconosciuto dalla gran parte della comunità scientifica (vedi Ipcc) che sta chiedendo da tempo alla classe politica mondiale di intraprendere un’azione decisa orientata a mantenere l’incremento della crescita della temperatura media globale sotto i due gradi centigradi rispetto al periodo preindustriale.
Per ottenere questo obiettivo, dice lo scienziato su The Guardian, la concentrazione della CO2 non dovrà superare 450 ppm (parti per milione). Poiché oggi siamo già a 390 ppm e ogni anno si registra un incremento di 2-3 ppm, questo obiettivo può essere considerato già oggi di difficile raggiungimento (questa ad esempio è la posizione più drastica esposta recentemente da Nicholas Stern).
Tutto ciò dovrebbe portare comunque a ridurre le emissioni globali di anidride carbonica entro il 2050 del 50% rispetto ai livelli del 1990 (oggi sono sopra il 15%) e di almeno l’80% nei paesi industrializzati. Un target già diventato obbligatorio nel Regno Unito e considerato fattibile anche dal Presidente Obama per gli Stati Uniti d’America.

L’esperto inglese dei cambiamenti climatici spiega anche che questo obiettivo non potrà essere raggiunto se entro uno o due decenni non si fermerà il fenomeno della deforestazione tropicale che è responsabile del 20% delle emissioni di gas serra. Per quanto concerne le emissioni causate invece dall’utilizzo delle fonti fossili, spiega come l’International Energy Agency nel suo rivoluzionario rapporto Energy Technology Perspective abbia già indicato due scenari percorribili grazie ad un radicale cambiamento di tecnologie energetiche in grado di dimezzare le emissioni di anidride carbonica al 2050. La strategia della IEA si basa infatti sullo sviluppo e la diffusione di un panel di 17 tecnologie chiave (vedi articolo Qualenergia.it)

La rapidità è il fattore principale da seguire secondo il documento IEA, tanto che il motto dell’agenzia è “non c’è più tempo da perdere”.
L’aumento delle emissioni annuale è ormai del 3% e il picco massimo dovrebbe essere raggiunto entro il 2015, ma da quel momento dovranno iniziare a declinare, fino ad arrivare agli obiettivi posti per il 2050. Nessun danno economico inaccettabile potrà arrivare da questi enorme massa di investimenti addizionali in nuove tecnologie (circa 100-200 mld di dollari all’anno), ma anzi numerosi benefici per l’economia e l’occupazione.

Il messaggio che lancia John Houghton ai decisori politici su una della maggiori testate del mondo anglosassone è dunque quello di superare ogni disinformazione sul global warming e riconoscere definitivamente che i suoi effetti potranno colpire duramente gli ecosistemi mondiali e soprattutto le categorie più deboli, come i bambini e le comunità più povere del mondo. A questo si aggiunga l’incidenza sullo sviluppo economico globale, un fattore che per molti potrebbe essere molto più persuasivo dello scioglimento dei ghiacciai.

LB

27 aprile 2009