Una crescita economica senza paragoni, il titolo di maggiore emettitore mondiale di CO2 recentemente strappato agli Stati Uniti e una posizione di relativa chiusura nei negoziati mondiali per combattere il global warming. Ma anche sforzi decisi per combattere l´inquinamento e fonti rinnovabili in forte crescita. Quello che si farà in Cina per fermare il riscaldamento globale sarà ovviamente determinante per il futuro del pianeta.
Cosa succederebbe, ad esempio, se anche tra gli 1,3 miliardi di cinesi l’automobile si diffondesse come nel mondo occidentale? Negli ultimi 10 anni il numero di veicoli in Cina è triplicato e si stima che ogni giorno facciano la loro comparsa sulle strade di Pechino circa 1000 nuove auto. Un problema per le emissioni di gas serra, ma anche per l’inquinamento atmosferico, già critico nelle città cinesi: secondo i dati della Banca Mondiale 20 delle 30 città più inquinate al mondo sono in Cina e nel paese ogni anno vi sono 400 mila morti collegate all’inquinamento.

A questo va aggiunta la questione, molto sentita dal governo cinese della dipendenza dal petrolio estero, che arriva soprattutto dalla zona instabile del Medioriente, e su rotte controllate dalla marina Usa. Insomma, le motivazioni per fare una notevole diffusione di auto meno inquinanti in Cina ci sono tutte e il Governo cinese pare averle recepite.
Come racconta un servizio del New York Times, il piano di Pechino è di puntare sull’auto elettrica, per dare al paese una motorizzazione più sostenibile, e cercando di diventare paese leader in un’industria in cui praticamente tutti stanno partendo da zero.

Per questa ragione si stanno stanziando ingenti incentivi alla ricerca e alla produzione e si stanno studiando sgravi fiscali per gli acquirenti. Ad esempio, si è deciso di stanziare circa 8.800 $ per ogni vettura elettrica acquistata da flotte di taxi o da agenzie pubbliche in 13 città del paese. L’obiettivo è di arrivare a mezzo milione di veicoli per anno, tra ibridi e totalmente elettrici, prodotti in Cina entro il 2011 (l’anno scorso furono 2.100). Per rendere l’idea, le stime al 2011 per il settore (il NYT cita quelle di CSM Worldwide) parlano di 1,1 milioni di veicoli per gli attuali leader di questo mercato messi assieme (Giappone e Corea) e di 267mila per gli Stati Uniti, dove l’amministrazione Obama sta spingendo molto sulle industrie automobilistiche affinché si muovano in questa direzione (finora sono 27 i miliardi di dollari stanziati per ricerca e sviluppo di auto elettriche e batterie).
La convinzione del Governo cinese sul fronte dell’auto elettrica si capisce dalla scelta del Ministro della scienza e della tecnologia di due anni fa: Wan Gang, primo ministro negli ultimi trenta anni a non essere membro del Partito Comunista, originario di Tianjin, il polo industriale cinese dell’industria delle batterie, già ingegnere alla Audi, prima di essere nominato al dicastero era proprio a capo del gruppo di ricerca governativo sui veicoli elettrici.

Lo sforzo dunque c’è e anche le potenzialità: il contesto cinese infatti offre diversi vantaggi pratici alla diffusione dell’auto elettrica. Innanzitutto su 5 automobili acquistate in Cina, 4 sono la prima mai posseduta: cosa che rende i consumatori meno diffidenti nei confronti delle nuove motorizzazioni e meno sensibili al confronto con le prestazioni dei motori a gasolio o a benzina. In Cina poi gli spostamenti da città a città sono piuttosto rari e la quasi totalità dei viaggi avviene su distanze ridotte e a velocità rallentate dal notevole traffico: i limiti di potenza e autonomia dei motori elettrici sarebbero così meno sentiti. L’ostacolo più grande che i sussidi statali non riescono a neutralizzare resta invece quello del prezzo: il nuovo modello di auto elettrica che la cinese BYD dovrebbe mettere sul mercato in autunno costerà l’equivalente di 30mila dollari, mentre la stessa auto nella motorizzazione a benzina ne costa 14.600. La speranza è che i prezzi, come si prevede, scendano del 30-40% una volta che la produzione raggiunga volumi considerevoli.

Ci sono dunque buone possibilità che il futuro dell’auto in Cina sia elettrico. Che il gigante asiatico non segua l’occidente sulla strada della mobilità privata a petrolio, d’altra parte, è assolutamente necessario sia per il clima che per l’inquinamento delle metropoli cinesi. Per quanto riguarda i gas serra, però, le emissioni evitate sarebbero inferiori di quello che ci si aspetterebbe: secondo uno studio Mc Kinsey pubblicato lo scorso anno in Cina, infatti, sostituire un’auto a benzina con una elettrica ridurrebbe le emissioni solamente del 19%: i consumi delle nuove auto, infatti, andrebbero a pesare su un sistema elettrico che conta ancora per oltre il 70% sul carbone.
Assieme allo sforzo per minimizzare l’impatto dell’imminente motorizzazione di massa, dunque, il gigante asiatico dovrebbe muoversi anche per abbandonare il combustibile sporco che gli fornisce la maggior parte dell’energia. Una fonte che, come sottolineato da un rapporto di Greenpeace, costa al paese 7,1 punti percentuali di Pil ogni anno in salute e ambiente.
A tutto questo va poi aggiunta la notevole pressione che si avrà sulla domanda di litio (vedi articolo Qualenergia.it).

GM

7 aprile 2009