Gli irriducibili negazionisti del clima

  • 2 Aprile 2009

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Con una mozione approvata oggi al Senato la maggioranza nega il rischio global warming. In contraddizione con le evidenze scientifiche condivise dalla comunità internazionale e alla base dei negoziati in corso. Intanto sul Guardian Nicholas Stern mette in guardia dai pericoli del negazionismo climatico.

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Il legame tra aumento della temperatura e concentrazione di CO2 non sarebbe ”affatto chiarito”, il livello dell’acqua negli oceani ”non sta aumentando a ritmo preoccupante, i ghiacciai basati su terraferma nelle calotte polari non si stanno sciogliendo” senza contare che ”una parte consistente e sempre più crescente di scienziati studiosi del clima” non crederebbe “che la causa del peraltro modesto riscaldamento dell’atmosfera terrestre sia da attribuire prioritariamente e esclusivamente” alla CO2 di emissione antropica”.

La maggioranza di governo ritorna a far sventolare la bandiera del negazionismo sui cambiamenti climatici. L’incipit è infatti, in sintesi, il contenuto della mozione sul cambiamento climatico,  approvata oggi in Senato, primo firmatario il presidente della Commissione Ambiente del Senato Antonio D’Alì, sottoscritta dal presidente della Commissione Industria del Senato, Cesare Cursi, dal presidente della Commissione Istruzione e beni culturali del Senato Guido Possa, e da altri trentaquattro senatori. Conseguenza logica del ragionamento: occorre ”un superamento delle logiche e delle prescrizioni introdotte dal protocollo di Kyoto” e degli altri impegni per la riduzione delle emissioni climalteranti.

Intanto negli Usa il Cato Institute, think-tank liberista finanziato, tra gli altri, da 5 case automobilistiche e dall’American Petroleum Institute, acquista una pagina sui maggiori quotidiani nordamericani (New York Times, Washington Post, Washington Times, Chicago Tribune e Los Angeles Times) per dire che non è accertato che il cambiamento climatico esista e che, comunque, Obama sta esagerando nel considerarne i rischi. I cento scienziati che firmano l’appello del Cato Institute – raccolti dai più svariati ambiti accademici e da tutto il mondo – scrivono che “l’allarme per il cambiamento climatico, è ampiamente sovrastimato. I cambiamenti di temperatura nell’ultimo secolo sono stati modesti ed episodici e non c’è stato riscaldamento nell’ultima decade”.

Insomma, il negazionismo non è morto. Cosa che sembra incredibile, specie quando a mettere in dubbio la realtà del problema sono gli stessi parlamentari che sostengono un governo, il nostro, che sta partecipando a negoziati internazionali che si muovono proprio a partire da un insieme di evidenze scientifiche esplitamente condivise. Una base di conoscenze assodate – sintetizzata nel documento (vedi allegato) “The status of climate change science today” distribuito come promemoria e base di discussione ai recenti Bonn Climate Talks – che afferma che il global warming esiste, se ne possono già osservare le conseguenze, che è causato dall’attività umana e che è un pericolo contro il quale bisogna agire con urgenza.

“Com’è che c’è ancora chi nega il pericolo del cambiamento climatico, nonostante le schiaccianti prove scientifiche?”, si chiede Nicholas Stern sul Guardian dove pubblica un estratto dal suo ultimo libro “A Blueprint For a Safer Planet”. Il riscaldamento globale antropogenico, al contrario di quello che qualcuno vorrebbe raccontare, non è una teoria in cerca di conferme, ma una realtà condivisa dalla comunità scientifica internazionale e sintetizzata nei report dell’IPCC. E le prove che arrivano sembrano fare apparire sempre più evidente e grave il rischio.

Anche perché i dati approvati dall’IPCC (gli ultimi risalenti al 2007), di per sè allarmanti, sono probabilmente sottostimati. “Infatti l’IPCC è strutturalmente cauta e richiede un consenso molto ampio da parte di scienziati dalle più disparate provenienze accademiche e geografiche. Come risultato le conclusioni degli studi sono attenuate e i rischi probabilmente sottostimati. Inoltre (l’IPCC, ndr) si concentra prevalentemente sul periodo fino al 2100, mentre i danni più grossi si manifesteranno dopo, ed esclude effetti che potranno essere importanti, ma sui quali non si sono ancora accumulate prove quantitative a sufficienza”.
“Alcuni dei più sofisticati tentativi di distogliere l’attenzione dal problema fanno riferimento agli incrementi di temperatura a breve termine. Guarda, dicono, l’IPCC non si aspetta incrementi di oltre 2,5-3 gradi per la fine del secolo, possiamo gestirli. (…) Concentrandosi sul breve periodo e limitando l’incertezza questi negazionisti sviano deliberatamente dal punto critico: aumenti di temperature di 4-5 gradi sarebbero probabilmente catastrofici”.

Dice ancora Stern: “Più di recente molti hanno cercato di sostenere che il global warming si era fermato perché il 1998 (un anno caratterizzato da El Niño che provoca temperature superficiali degli oceani più alte), è stato in media leggermente più caldo del 2007 (anno de La Niña con temperature degli oceani più basse). Questi personaggi confondono cicli di breve periodo con una tendenza di lungo periodo, picchi con medie e temperature degli oceani con quelle della superficie emersa. Inoltre ignorano che l’ultimo decennio è stato il più caldo da quando vengono registrati i dati delle temperature”.
“La scienza e la politica sono fatte di opinioni diverse, vitali per la democrazia e la ricerca. Ma a un certo punto ha senso muoversi per dettare delle politiche, avendo accettato che le prove scientifiche sono schiaccianti. Abbiamo passato di molto quel punto”.

 
Negare la gravità del problema ora, secondo Stern, è paragonabile a “negare la correlazione tra sigarette e cancro” (a questo proposito è curioso che alcuni dei gruppi di scienziati pagati da Exxon per negare il cambiamento climatico fossero gli stessi pagati da Big Tobacco per smentire i rischi del fumo per la salute). D’altra parte dietro i vari tentativi di minimizzare il rischio di global warming, scrive l’economista, quasi sempre si risale ad interessi politici (i liberisti che temono che la lotta alle emissioni sia una scusa per intervenire nel libero mercato, oppure chi teme che queste politiche frenino lo sviluppo delle economie emergenti) o economici (quelli legati ai combustibili fossili).

“Non ci sono dubbi che passare ad una crescita a basse emissioni abbia dei costi economici e politici.”, conclude, “La loro esistenza implica che c’è un consenso potenzialmente vasto per chi dichiara che il cambiamento non è necessario, non vale la pena o può essere posticipato. Molti leader (…) sono stati tentati di accattivarsi questo consenso. Che stiano cedendo a una tentazione politica o meno, senza dubbio la maggior parte crede a quello che dice (alcuni paiono pensare di stare salvando il mondo da un azione costosa e non necessaria). È molto importante che si capisca che i loro argomenti sono sbagliati e fuorvianti. I rischi sono chiaramente enormi e il dibattito ora deve essere su come rispondervi.”

GM

2 aprile 2009
 
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