I prezzi dei diritti di emissione ETS hanno toccato ieri il loro minimo, scambiati a 10,45 euro per tonnellata di CO2. Assieme al petrolio, appena sopra ai 40 dollari al barile, e alla stretta del credito, la CO2 a prezzi stracciati – segnalano gli analisti – è un altro ostacolo agli investimenti in rinnovabili ed efficienza energetica. Infatti le quotazioni dei diritti di emissione CO2 dovrebbero risalire attorno ai 20 euro per tonnellata o, meglio, in una forchetta compresa tra 30 e 35 €/ton per favorire gli investimenti in progetti a basse emissioni.

Il motivo principale della caduta del prezzo? il rallentamento economico. In ragione dei cali di produttività e di consumi, molte industrie assegnatarie dei permessi, ne hanno più di quelli che usano e vendono quelli che non servono per raccogliere liquidità. Dall’inizio di dicembre – segnala il Telegraph – sono stati venduti diritti di emissione per 3 miliardi di euro, un volume che indica che le aziende non stanno vendendo solo il surplus, ma anche i permessi che normalmente avrebbero usato. “Meno produzione, dunque meno emissioni, ma anche aziende in difficoltà che preferiscono avere i soldi subito vendendo i permessi e preoccuparsi successivamente”, spiega al quotidiano inglese Alessandro Vitelli, consulente di IDEAcarbon.

“Lo schema non sta adempiendo al suo compito. Non è questo il modo in cui chi lo ha progettato credeva sarebbero state ridotte le emissioni. Il fatto che le emissioni vengano ridotte dovrebbe fare sì che le compagnie possano vendere i diritti e investire i proventi in tecnologie low-carbon, ma a causa della recessione li stanno vendendo solo per sopravvivere. Si potrebbe obiettare che i governi dovrebbero intervenire togliendo tonnellate di CO2 [di permessi gratuiti, ndr], ma così si toglierebbe la fiducia a quel mercato”

Anche il New York Times raccoglie le opinioni di alcuni esperti sul crollo del prezzo della CO2. Imtiaz Ahmad di Morgan & Stanley spiega che i bassi valori dei permessi rallenteranno il passagio a tecnologie più efficienti e che questo comporterà un’impennata delle emissioni una volta che l’economia si sarà ripresa. Mark Lewis, capo del settore carbon research della Deutsche Bank, invece, mette in evidenza le debolezze del sistema ETS, prima fra tutte quella di assegnare gratuitamente i permessi: se le compagnie fossero obbligate ad acquistarli sarebbero meno inclini a farne scendere il prezzo con la vendita del surplus.

Le utility europee al momento guadagnano circa 20 miliardi all’anno dalla vendita dei diritti a emettere assegnati gratuitamente. Il pacchetto clima-energia prevede che dal 2013 i produttori di elettricità non ricevano più permessi gratuiti, ma debbano acquistarli tutti, mentre per le altre industrie il passaggio sarà più graduale. Nella proposta europea per Copenhagen, inoltre, c’è il proposito di estendere per il 2015 il mercato della CO2 a tutti i paesi dell’OCSE, collegando l’ETS con altri sistemi “cap and trade” simili, come quello che dovrebbe nascere negli Usa.

Intanto da fronti opposti si torna a parlare di un metodo alternativo al cap and trade, si torna a parlare della carbon tax. Ad inizio anno, in una lettera ripresa anche su queste pagine, James Hansen, direttore del Goddard Institute for Space Studies della Nasa, nonché tra i primi scienziati a denunciare il riscaldamento globale, consigliava al neopresidente Barack Obama questo sistema, che consiste in una tassa da applicare alla fonte sui combustibili fossili e da aumentare poi progressivamente. Un prezzo crescente per le emissioni – scrive Hansen – è essenziale affinché funzionino le altre politiche per il clima. La tassa a quel punto andrebbe a colpire tutte le attività e i prodotti che utilizzano le fonti fossili, scaricando i costi sui consumatori. Le scelte a medio e lungo termine del pubblico sarebbero così influenzate dai costi legati alla tassa, che dovrebbe essere gradualmente innalzata ogni anno.

Un paio di settimane fa, invece, a invocare la carbon tax si è levata una voce insolita: quella dell’a.d. di Exxon Mobil, Rex Tillerson. Se a Davos anche i vertici di BP hanno affermato la necessità di meccanismi di mercato che disincentivino i combustibili fossili, senza sbilanciarsi però tra mercato dei permessi e carbon tax, il manager di Exxon, ha dichiarato di preferire una tassa sulla CO2 anziché un cap and trade. “Un sistema più diretto, più trasparente e con un approccio più efficace”, ha sottolineato.
Un grande passo avanti di quella che finora è stata la compagnia petrolifera più riluttante ad ammettere la realtà antropogenica del global warming, che suscita però il sospetto che l’appoggio alla carbon tax sia soprattutto un tentativo di intralciare la realizzazione del sistema cap and trade voluto da Obama.

GM

5 febbraio 2009