Cosa sarà disposta a mettere la Cina sul piatto della lotta al global warming a Copenhagen? La settimana scorsa abbiamo visto la proposta ufficiale della Commissione europea e dagli Usa Barack Obama lancia segnali incoraggianti. Ma fondamentale sarà l’impegno del gigante orientale, con i suoi 1,3 miliardi di abitanti e le sue emissioni totali nazionali, che, quasi pari merito con quelle statunitensi, sono le più elevate al mondo. Una cosa sembra essere chiara: la Cina difficilmente accetterà un tetto alle proprie emissioni. A lanciare il messaggio che raffredda le speranze per un accordo internazionale che veda impegnata in prima linea anche la Cina, è  il premier Wen Jiabao.

In un’intervista al Financial Times, pur sottolineando gli impegni nazionali in materia di riduzione dei gas serra, Jiabao ha fatto notare che l’immaturità economica del paese rende difficile impegnarsi su obiettivi internazionali vincolanti. “È difficile per la Cina accettare determinate riduzioni delle emissioni alla conferenza di Copenhagen, perché il paese è ancora in uno stadio arretrato di sviluppo”. E ha ribadito l’argomentazione sulla base della quale i paesi in via di sviluppo dovrebbero avere meno responsabilità nel fermare il cambiamento climatico: “l’Europa ha iniziato la sua industrializzazione oltre 200 anni fa, la Cina solo da qualche dozzina”.

Niente obiettivi vincolanti di riduzione, dunque, ma la volontà di contribuire al successo di Copenhagen e la fiducia in un’economia mondiale più verde. “La lotta al riscaldamento globale è in cima alle priorità del governo cinese e siamo dell’idea che sviluppare un’economia verde è probabilmente una delle aree economiche su cui puntare per uscire dalla crisi economica”.

La Cina, ricorda Jiabao, ha stabilito un direttivo per la lotta ai cambiamenti climatici di cui lui stesso è a capo. Il paese ha formulato un programma nazionale per affrontare i cambiamenti climatici “il primo tra i paesi in via di sviluppo”. Gli obiettivi dell’undicesimo piano quinquennale cinese prevedono infatti risparmio energetico e riduzione delle emissioni. Il principale traguardo, mancato per i primi due anni e raggiunto invece nell’anno appena terminato, è di ridurre l’intensità energetica (ossia l’energia consumata per ogni punto di Pil) del 4% all’anno, per arrivare a una riduzione del 20% alla fine del quinquennio. “Continueremo a fare sforzi su questo versante e a darci gli obiettivi da soli”, ha concluso il premier.

Una dichiarazione che potrebbe dare poco fiato alla speranza che le grandi economie emergenti aderiscano a impegni vincolanti, tanto che dichiarazioni in tal senso sono già giunte dall’India e dalla Russia. Timido anche lo sforzo della Corea del Sud, decimo emettitore mondiale, che sta avviando un sistema di scambio delle emissioni e la settimana scorsa ha annunciato investimenti in fonti rinnovabili per 2,7 miliardi di dollari: il suo obiettivo è di soddisfare con fonti pulite il 10% del suo fabbisogno energetico al 2020. Conferma a metà anche dal Giappone: il primo ministro Taro Aso, ai margini dell’incontro di Davos, ha dichiarato che entro giugno il paese annuncerà il suo obiettivo di riduzione delle emissioni. Si parla di un taglio tra 25 e il 40% entro il 2020 e rispetto ai livelli del 1990. Obiettivo che, ha però sottolineato, sarà subordinato alla partecipazione al patto delle grandi economie emergenti: Cina, India e Russia.

Da questo quadro si può di certo affermare che i prossimi accordi internazionali sul clima saranno tutt’altro che una passeggiata. Ma nessuno si era mai illuso del contrario.

GM

4 febbraio 2009