Il cammino diplomatico verso Copenhagen è iniziato ufficialmente mercoledì, quando la Commissione ha messo sul piatto le proposte dell’Europa per un accordo sul clima. Una piattaforma che dovrà essere discussa anche dal Parlamento e dal Consiglio europeo, che la esaminerà a marzo, ma che è già un primo sasso lanciato nello stagno dei negoziati internazionali.

La proposta europea parte dall’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a meno di 2°C al di sopra della temperatura nel periodo preindustriale, come la comuntà scientifica raccomanda per evitare i danni peggiori sul clima. Le emissioni globali – spiega il documento – devono raggiungere il loro livello massimo prima del 2020 e poi, entro il 2050, devono essere ridotte a meno del 50% dei livelli del 1990. Sia i paesi sviluppati che quelli in via di sviluppo dovranno agire. I paesi industrializzati dovranno tagliare i gas serra del 30% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020, come l’UE stessa si è già impegnata a fare se altre nazioni lo accetteranno. I paesi in via di sviluppo, invece, tranne quelli più poveri, dovrebbero limitare la crescita delle emissioni al 15-30% rispetto al trend “business as usual”. In particolare dovrebbero dare uno stop alla deforestazione nelle zone tropicali e, entro il 2011, “sviluppare strategie di sviluppo a basso tenore di carbonio in tutti i settori principalmente responsabili delle emissioni”.

Si parla anche di investimenti necessari a livello mondiale – 175 miliardi di euro l’anno – e si spiega che i paesi poveri dovranno essere sostenuti, oltre che tramite il Clean Development Mechanism (CDM), da finanziamenti internazionali, magari ricavati dalla vendita dei permessi a emettere.

Proprio a proposito di mercato delle emissioni e CDM il documento contiene le novità maggiori. L’UE – scrive la Commissione – dovrebbe cercare di costituire entro il 2015 un mercato del carbonio a copertura dell’OCSE collegando il sistema di scambio delle quote di emissione dell’UE ad altri sistemi comparabili, del tipo “cap and trade”. Una chiara proposta di collaborazione con gli Stati Uniti di Obama, che ha fatto del cap and trade uno dei suoi punti programmatici. Anche le emissioni dei trasporti internazionali, in particolare navi e aerei dovranno essere inclusi nello schema.

Importante dunque il fatto che si parli di creare un mercato di emissioni vendute all’asta più grande e non di permessi assegati gratuitamente, cosa che potrebbe risolvere il problema di come distribuire in modo equo le quote, lasciando che sia il mercato a regolare. Importante anche il fatto che nel documento la Commissione ammetta la necessità di una riforma del CDM, lo strumento del protocollo di Kyoto che permette alle nazioni di compensare le proprie emissioni con investimenti puliti nei Pvs. Il suggerimento è che questo meccanismo, complicato e spesso abusato, venga limitato e in parte sostituito da un sistema di mercato delle emissioni e di scambio di crediti per settore.

Siamo difronte ad un documento (in allegato) che conferma la leadership europea nella lotta al global warming, tentando di coinvolgere anche nuovi attori come gli Usa. Lo dice Legambiente, commentando la proposta che “ribadisce l’essenza del pacchetto clima approvato a dicembre ed è un segnale incoraggiante per il raggiungimento di un nuovo accordo internazionale a Copenaghen”. Apprezzato anche il fatto che i paesi industrializzati si impegnino con obiettivi vincolanti a finanziare i paesi in via di sviluppo per gli investimenti sul fronte clima.

“Positivo” nel complesso anche il giudizio di Greenpeace, che però sulla questione finanziamenti è più critica: nota stonata per l’associazione la decisione, “presa all’ultimo minuto, di rimuovere qualsiasi indicazione specifica per il sostegno economico che l’Europa è pronta a offrire, una decisione che indebolisce la posizione europea all’interno delle negoziazioni internazionali che procederanno per tutto il 2009”. Insomma, “l’Europa parla di clima ma non ci mette un euro”.

30 gennaio 2009