Quando, nel 2006, Nicholas Stern, ex capo della Banca Mondiale World Bank, ha pubblicato il famoso report in cui quantificava il danno economico che il global warming può causare, ha parlato di un fallimento del mercato. Si riferiva all’incapacità del mercato di incorporare i costi collaterali derivati dall’uso di combustibili fossili, che ammontano a migliaia di miliardi di dollari. Quello della differenza tra il costo economico come quantificato dal mercato e il costo reale, che riguarda invece anche i vari effetti sociali e ambientali di una determinata scelta, è un tema che abbiamo sollevato altre volte su queste pagine. Questa settimana un interessante spunto di riflessione sul tema viene da un editoriale del “pensatore ecologista” americano Lester Brown pubblicato su Earthpolicy.org.

Se i costi indiretti erano trascurabili nell’epoca preindustriale – scrive lo studioso americano riprendendo le tesi del suo ultimo libro Plan B 3.0 (vedi articolo Qualenergia.it) – nel mondo odierno possono superare quelli diretti. Per il carbone – esemplifica – i danni per l’inquinamento atmosferico, le piogge acide, gli ecosistemi distrutti e il cambiamento climatico superano ampiamente i costi sostenuti per l’estrazione e il trasporto. Allo stesso modo, nei 3 dollari a gallone che la benzina ha toccato negli Usa durante i mesi del caro petrolio non sono ricompresi né gli effetti della combustione del petrolio sul global warming, né le spese sanitarie per i problemi legati all’inquinamento atmosferico e nemmeno i sussidi pubblici distribuiti alle industrie petrolifere o le enormi spese militari per il controllo delle zone di estrazione. Se si tenesse conto di tali costi – fa notare l’analista citando dati dell’International Center for Technology Assessment – la benzina alla pompa dovrebbe costare non 3 ma 15 dollari al gallone.

In sintesi, i valori assegnati dal mercato sono sbagliati, e portano a scelte sbagliate: il mercato sopravvaluta certi beni e ne sottovaluta erroneamente altri, creando una distorsione. Spiega Brown: “Il mercato è un’istituzione incredibile, alloca le risorse con un’efficienza impensabile per qualsiasi organismo di pianificazione centralizzato e bilancia facilmente domanda e offerta. Tuttavia ha una debolezza fondamentale. Non incorpora i costi indiretti legati alla produzione dei beni. Non valuta adeguatamente i servizi della natura. Non rispetta i limiti di sostenibilità e in più favorisce i calcoli sul breve, anziché sul lungo termine”

“In quanto decisori economici – consumatori, dirigenti d’azienda, politici, o investitori – dipendiamo tutti dal mercato per l’informazione che guida le nostre scelte. Affinché il sistema funzioni e gli attori economici prendano decisioni ponderate – sottolinea Brown – il mercato deve darci un’indicazione valida, che includa tutti i costi del prodotto che acquistiamo”. E qui per Brown deve entrare in gioco la politica: i governi devono “ristrutturare sistematicamente il sistema fiscale in modo da essere sicuri che il prezzo di un bene rifletta il suo costo complessivo per la società”.

Il ruolo della politica, insomma, deve essere quello di guidare le scelte alla luce di un ragionamento economico più lungimirante rispetto ai meccanismi del mercato. Un altro esempio che Brown fa è quello dell’esondazione del fiume Yangtze in Cina nel ’98. A seguito dei 30 miliardi di dollari di danni provocati dalla piena, il Governo di Pechino diede l’alt al taglio di alberi nel bacino del fiume: ci si era resi conto infatti che il servizio di stabilizzazione del terreno e di controllo delle esondazioni che fornivano le piante da vive valeva circa 3 volte quello che se ne poteva ricavare vendendone la legna.

“Oggi più che mai – conclude il pensatore ecologista, riproponendo quanto aveva già detto anche nella sua visita a Roma del giugno scorso (vedi articolo Qualenergia.it) – abbiamo bisogno di leader politici che abbiano una visione delle cose la più ampia possibile, che capiscano la relazione tra economia e ambiente che la supporta. E visto che i principali consiglieri dei governi sono economisti, abbiamo bisogno di economisti che pensino da ecologisti.”

GM

23 dicembre 2008