L’accordo sul pacchetto clima ed energia al 2020 c’è e sarà al vaglio del Parlamento europeo il prossimo mercoledì 17 dicembre. Un risultato che, rispetto alla versione originale, può vedersi per alcuni come un bicchiere mezzo pieno, per altri mezzo vuoto, chi parla di vittoria storica come il presidente di turno Nicholas Sarkozy e chi vanta il successo della propria azione diplomatica, come il governo Berlusconi. Molto deluse invece le associazioni ambientaliste europee che denunciano come l’accordo sia stato modificato in base ai desiderata delle lobby industriali e sperano, quindi, in un ritocco in sede parlamentare. Ma vediamo per grandi linee qual è il succo dell’accordo (qui il documento con gli elementi del compromesso finale).
Innanzitutto, non sono stati toccati gli obiettivi generali del 20-20-20 per le fonti rinnovabili, per l’efficienza energetica e per la riduzione delle emissioni di CO2. E forse su questo punto la tanto decantata vittoria di Berlusconi va molto ridimensionata, vista la “battaglia” condotta in queste settimane insieme ad una parte di Confidustria sui presunti costi di questi target. Importante è aver mantenuto soprattutto quel 20% di rinnovabili sui consumi di energia primaria.

Tuttavia l’intransigenza dell’Italia è stata premiata allorché i Capi di Stato e di Governo dei 27 Paesi Ue hanno deciso di ampliare i settori manifatturieri esentati dall’acquisto di diritti CO2, proprio come richiesto dal nostro governo così da evitare, si è detto, una delocalizzazione di queste attività in aree con vincoli meno stretti. E’ stata infatti prevista un’introduzione graduale delle aste dei diritti di emissione a pagamento tanto che il pacchetto risulta molto indebolito nell’ambito della Ets: alcuni settori, tra cui il manifatturiero pagheranno infatti solo il 20% delle emissioni al 2013, il 70% al 2020, e il 100% solo nel 2027.

Secondo Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, l’accordo raggiunto a Bruxelles è comunque “di portata storica sia per la spinta che imprime al processo negoziale internazionale che per il decollo di una rivoluzione energetica in Europa”. “Il raggiungimento dell’obiettivo del 20% dei consumi da fonti rinnovabili – dice Silvestrini – garantirà infatti la creazione di 2 milioni di posti di lavoro. In particolare, un terzo della elettricità consumata dagli europei fra 12 anni verrà dalle rinnovabili, con investimenti pari a 500 miliardi di euro”. Infine, una critica al nostro governo e al nostro sistema paese: “C’è da augurarsi che l’Italia, finora in retroguardia nello sviluppo di una industria verde – afferma Silvestrini – comprenda le straordinarie opportunità offerte dalla creazione di un tessuto di industrie legate alle tecnologie dell’efficienza energetica e alle rinnovabili”.

Tra le altre novità dell’accordo c’è la “clausola di revisione” dell’intero pacchetto nel marzo del 2010, alla luce dei risultati della conferenza di Copenaghen Onu che si svolgerà tra un anno per impostare gli obiettivi post-Kyoto. La clausola verrà estesa alla valutazione dell’impatto di queste misure sulla competitività. Ma questo punto non preoccupa il presidente della Commissione Ue, Barroso, visto che secondo lui la revisione potrà solo aumentare la percentuale di emissioni da tagliare entro il 2020, e non ridurla.
Anche secondo l’europarlamentare Monica Frassoni, che considera il raggiungimento dell’accordo una svolta storica soprattutto per ciò che concerne la direttiva rinnovabili, ritiene che “la clausola di revisione inserita su richiesta del governo italiano non potrà modificare in nulla l’obiettivo del 20% di rinnovabili nel totale dell’energia consumata in Europa entro il 2020”.

Va anche detto però che è stata accolta anche la possibilità per l’Italia e per altri 10 Paesi di ottenere crediti pari al 4% delle emissioni del 2005 grazie ad progetti ecologici in paesi terzi (i cosiddetti CDM), anziché il 3% come per gli altri. Sono stati, inoltre, incrementati i fondi per i progetti pilota per la cattura e lo stoccaggio del CO2, che passano da 150 milioni a 200 milioni di euro, sia pure con alcune limitazioni.

Altro è il parere delle associazioni ambientaliste sull’accordo per il clima. In una nota congiunta di Greenpeace, WWF, Oxfam, Amici della terra e Climate Action Network, si legge che “i capi di Stato e di Governo hanno rinnegato le loro promesse e voltato la schiena agli sforzi mondiali di lotta contro i cambiamenti climatici”.
In particolare gli ambientalisti denunciano che la direttiva “Effort Sharing”, relativa alla riduzione delle emissioni dei settori non regolamentati, “è del tutto incompatibile con l’obiettivo europeo di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di +2°C”. Gli ambientalisti rimproverano ai leadereuropei di aver assunto “un impegno debole e ambiguo per la riduzione delle emissioni europee di gas serra del 30% al 2020, come era invece stato annunciato l’anno scorso”. L’attuale accordo, proseguono, “permette infatti che oltre il 65% delle riduzioni siano raggiungibili acquistando crediti attraverso progetti di riduzione delle emissioni al di fuori dei confini europei”. Inoltre, lamentano, “nessuna sanzione è stata introdotta per i Paesi inadempienti”. Pertanto le associazioni ambientaliste “chiedono che il Parlamento europeo respinga l’accordo sulla Direttiva ‘Effort Sharing’ con il voto della prossima settimana”.

Entro marzo 2010 gli Stati membri dovranno presentare piani d’azione nazionali in grado di creare le condizioni per il raggiungimento degli obiettivi assegnati. Alla Commissione europea spetterà di valutarli e di agire contro quegli Stati membri che non avranno fatto il loro compito.

LB

12 dicembre 2008