Low-carbon negli Usa, un futuro vicino?

  • 5 Dicembre 2008

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Un rapporto del Worldwatch Institute parla della strada per arrivare a un'economia a basse emissioni di gas serra. Tra 20 anni le fonti rinnovabili potrebbero fornire quasi il 60% dell'elettricità Usa, mandando in pensione il carbone.

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Le nuove tecnologie permetterano una rapida decarbonizzazione del sistema energetico mondiale nei prossimi vent’anni. Negli Usa, da qui al 2030, le fonti pulite renderanno possibile la chiusura di centinaia di centrali a carbone, eliminando un terzo delle emissioni e creando milioni di posti di lavoro. È un report che emana ottimismo quello pubblicato ieri dal Worldwatch Institute  che si intitola “Low-Carbon Energy: A Roadmap” (vedi in allegato) e parla della transizione verso un’economia a basse emissioni.

“Le tecnologie che servono a decarbonizzare l’economia, a differenza di quelle per il sequestro della CO2, sono già all’opera e destinate a rendere obsolete le fonti fossili”, dichiara Christopher Flavin, presidente dell’istituto e autore del report. Lo studio, focalizzato soprattutto sulla realtà statunitense, dipinge scenari e indica il percorso verso un sistema energetico che permetta di contenere il riscaldamento globale.

Il solare – si vede in una delle figure proposte dal report – ha la potenzialità teorica, con le tecnologie attuali, di fornire circa più di 4 volte il fabbisogno energetico mondiale e 7 volte quello dei soli Stati Uniti; anche geotermia e eolico hanno ciascuno un potenziale superiore al fabbisogno del pianeta. Fondamentale dunque per decarbonizzare l’economia – raccomanda lo studio – spingere sulle rinnovabili, specie quelle dei piccoli impianti, e sull’efficienza enegetica; ad esempio, quella degli edifici – responsabili del 40% dei consumi Usa – che secondo il report potrebbero usare il 70% di energia in meno. Un ruolo di primaria importanza lo deve avere poi anche la cogenerazione: l’80% dell’energia attualmente dispersa sotto forma di calore può essere infatti recuperata e dare agli Stati Uniti almeno 150 gigawatt più di quello che ora fornisce il nucleare.

Lo scenario proposto dal report per il 2030 riguardo alla produzione di elettricità negli Usa, è incoraggiante. La fetta delle fonti fossili – attualmente il 68% della torta –  diventa il 36%, da produrre in cogenerazione. Il nucleare, secondo lo scenario, scenderà dal 20% attuale al 7%, mentre il restante 57% dell’elettricità Usa, nel 2030 verrà tutta da fonti pulite. Per un mix elettrico del genere – sottolinea lo studio – sarà importante investire in una rete elettrica “intelligente”, la famosa “smart grid” capace di accogliere e coordinare l’energia fluttuante (aleatoria) fornita dalle rinnovabili, nella quale si integrerà benissimo la diffusione di auto elettriche e ibride plug-in.

Dal punto di vista economico, la transizione verso un sistema energetico a basse emissioni è un modo per stimolare l’economia. Gli investimenti nelle rinnovabili sono passati dai 20 miliardi di dollari del 2002 ai 71 del 2007. Nel 2006 negli Stati Uniti le rinnovabili hanno dato lavoro a 386mila persone. Il compito della classe politica in questo momento – spiega Flavin – è sostenere lo slancio economico di questo settore, vulnerabile alla crisi perché caratterizzato da aziende relativamente piccole e sottocapitalizzate.

Obama, con gli ingenti investimenti in rinnovabili ed efficienza promessi, pare muoversi nella direzione giusta e giustificare l’ottimismo del Worldwatch Institute e del suo presidente Flavin, che conclude così la presentazione del documento: “Siamo all’inizio di una rivoluzione energetica, con una leadership politica forte potremmo cogliere l’opportunità unica di usare tecnologie e politiche per scongiurare la più grande minaccia creata dall’uomo che il nostro pianeta abbia mai affrontato”.

GM

5 dicembre 2008

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