Per il carbone tempi duri negli States

  • 17 Novembre 2008

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Una decisione storica nella lotta contro l'energia da carbone: per concedere i permessi alle nuove centrali, l'Epa, l'agenzia per la protezione ambientale Usa, dovrà tener conto anche delle loro emissioni di CO2.  Nella pratica si tratta di una moratoria sui nuovi impianti.

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Si preannunciano notevoli ostacoli per le nuove centrali a carbone statunitensi, cioè per gli oltre 100 impianti, oggi in vari stadi di sviluppo, che si vorrebbero costruire. Quella presa giovedì scorso dall’Environmental Protection Agency (Epa) è una decisione che avrà probabilmente conseguenze pesanti per il futuro di questa tecnologia, che al momento fornisce il 50% dell’elettricità nazionale ed è responsabile del 30% delle emissioni di CO2.

A seguito di un’azione legale portata avanti dall’associazione ambientalista Sierra Club contro una nuova centrale che si voleva costruire nello Utah, un’organismo interno dell’Epa ha stabilito che l’agenzia, al contrario di quanto accaduto finora, ha il compito di regolamentare anche le emissioni di CO2 prodotte dalle nuove centrali a carbone. L’anidride carbonica, infatti – questa la motivazione della sentenza – a seguito di una decisione del 2007 della Corte Suprema è stata ricompresa nell’elenco delle sostanze disciplinate dal Clean Air Act, la principale legge americana sull’inquinamento atmosferico.

D’ora in poi, quindi, l’agenzia dovrà valutare le emissioni di CO2 prima di concedere il permesso per costruire una nuova centrale. Ne deriva che tutti gli impianti su cui si sta lavorando dovranno iniziare nuovamente l’iter autorizzativo, sottoponendo all’Epa anche il livello di anidride carbonica emessa. Per ottenere il permesso le nuove centrali dovranno dimostrare di utilizzare “la migliore tecnologia disponibile per il controllo delle emissioni” (l’acronimo inglese è BACT). Nel concreto però, per la legge, la definizione di questa tecnologia ancora non esiste e – stima il Sierra Club – ci vorranno almeno sei mesi per approntarla, oltre ad esserci la possibilità che si stabilisca che nessuna tecnologia attualmente disponibile sul mercato possa ridurre a sufficienza le emissioni.

Nella pratica, dunque, si tratta di una vera e propria moratoria sulle centrali a carbone e, a sentire Grist.org, la decisione farebbe sì che “nessuno sarà più disposto a investire un dollaro sul carbone”.

Sicuramente una buona notizia per chi lotta contro il riscaldamento globale. Si pensi solo che le 150 nuove centrali che nel 2001 si pensava di costruire negli States (un terzo circa dei progetti sono già stati abbandonati per strada) avrebbero emesso ogni anno circa un miliardo di tonnellate di CO2: più della riduzione delle emissioni concordata da tutti i paesi che hanno aderito al protocollo di Kyoto.

GM

17 novembre 2008
 
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