Il prezzo del petrolio non è l’unico parametro per valutare il raggiungimento del massimo della produzione di oro nero. Anche un barile a 65 dollari non contraddice, anzi può aggravare, la tendenza al calo dell’offerta mondiale. Insomma stiamo parlando del picco del petrolio, un problema che oggi sembra dimenticato. Ma c’è chi sta avvertendo sulla sua potenziale portata negativa.

In una conferenza stampa alla Borsa di Londra ieri otto importanti società britanniche, Arup, FirstGroup, Foster + Partners, Scottish and Southern Energy, Solarcentury, Stagecoach Group, Virgin Group, Yahoo, hanno presentato il report “La crisi del petrolio: proteggere il futuro energetico del Regno Unito“, in cui si evidenzia come l’estrazione e la produzione di petrolio a costi contenuti toccherà il proprio picco entro il 2013, con gravi conseguenze per l’economia britannica e mondiale.

Il lavoro, curato dalla “Commissione dell’industria britannica sul picco del petrolio e la sicurezza energetica” (ente nato recentemente e formato da diverse società britanniche), vuole parlare al governo della Gran Bretagna e ai governi di tutto il mondo, evidenziando il rischio di una simile situazione, ma anche le opportunità economiche e ambientali che possono scaturire da un radicale cambiamento di prospettiva, che comporterebbe reindirizzare gli investimenti verso le rinnovabili e il trasporto sostenibile. Un messaggio di grande novità proprio perché proviene dal mondo imprenditoriale.

Questa notizia sembra fare il paio con quella apparsa, sempre ieri, sul Financial Times, secondo cui l’International Energy Agency (IEA) fornirà nel suo prossimo World Energy Outlook (WEO) dati impressionanti sul declino della produzione petrolifera mondiale, cioè di un suo calo a tassi maggiori del previsto.
La IEA, che si è affretta a smentire questo articolo, pare abbia utilizzato i dati dei 500 più grandi giacimenti, estrapolandoli per quelli più piccoli. Ha quindi stimato un prossimo declino annuale della produzione del 9,1%, che potrebbe essere ridotto al 6,4% solo in caso di investimenti ingenti per ricerca ed estrazione. In pratica, si dice nell’articolo del FT che cita l’agenzia, per rimpiazzare il crollo della produzione attesa le compagnie petrolifere dovrebbero investire ogni anno 360 miliardi di dollari fino al 2030.
La notizia è di quelle che fanno tremare i polsi, ma come detto, la IEA smentisce. Vedremo quali saranno i dati ufficiali al momento della presentazione del documento, il prossimo 12 novembre, ma non può essere escluso tuttavia che qualcuno abbia voluto far uscire queste informazioni, ad arte, per evitare che l’ultima revisione del WEO venga edulcorata in extremis (blog Petrolio).

Comunque in perfetta sintonia con questi rumors, arrivano le conclusioni e gli avvertimenti della Commissione britannica presentate ieri nella City dalle 8 società:

– Nei prossimi cinque anni, durante il prossimo mandato del governo inglese, si risentirà degli effetti del picco petrolifero.
Entro il 2013, in assenza di efficaci misure proattive, la Commissione prevede un aumento ancora più consistente del prezzo del petrolio.
– I rischi derivanti dal picco petrolifero sono di gran lunga più gravi di quanto il governo inglese non immagini.
La fine della disponibilità di petrolio a costi contenuti e facilmente estraibile comporterà una crescita costante dei prezzi del greggio con pesanti ricadute, dirette e indirette, sull’economia:

  • Aumento dei costi produttivi nel settore manufatturiero e nell’agricoltura
  • Aumento dei costi di trasporto
  • Crisi a livello macro-economico con aumento dell’inflazione, deficit nella bilancia dei pagamenti e calo della domanda dei consumi.
     

– Il governo britannico deve modificare le proprie priorità, mettendo al primo posto il picco petrolifero rispetto ai cambiamenti climatici: è molto probabile, infatti, che gli effetti del primo si manifestino prima delle conseguenze del secondo.
Oggi il governo considera il cambiamento climatico al primo posto nella propria lista di priorità, seguito dalla sicurezza energetica e, da ultimo, dal picco petrolifero. Secondo l’analisi della Commissione, il picco petrolifero è una minaccia ben più immediata per l’economia e la vita delle persone rispetto al cambiamento climatico. È probabile, infatti, che una rapida riduzione della fornitura di petrolio ci colpisca prima degli impatti più deleteri dell’effetto serra. Il governo deve riflettere su questa minaccia e inserirla immediatamente nella proprie analisi e pianificazioni.

Jeremy Leggett, Direttore Generale di Solarcentury, geologo petrolifero e oggi responsabile della società operante nell’energia solare parla di “riserve tossiche”: “Le riserve di petrolio possono essere tossiche per tre motivi: alcune riserve, ritenute esistenti, potrebbero rivelarsi inferiori a quanto previsto; altre potrebbero non essere raggiungibili sotto terra in tempo utile per rispondere alla domanda di petrolio a causa di insufficienti investimenti nell’industria petrolifera; infine, le sabbie bituminose sono particolarmente “tossiche” per l’effetto serra”. La conseguenza per Legget è dunque che “le riserve tossiche rischiano di diventare per l’industria petrolifera quello che i derivati tossici sono stati per il settore finanziario. Non siamo stati in grado di agire proattivamente per prevenire la crisi del credito, ora non dobbiamo ripetere lo stesso errore con la crisi petrolifera”. Legget però non trascurerebbe i cambiamenti climatici e infatti ricorda che: “Non dobbiamo dimenticare il problema del clima mentre cerchiamo di risolvere quello della fine del petrolio.”

In estrema sintesi la Commissione invita quindi il governo a:
Dare priorità al picco petrolifero, sviluppando una strategia per affrontarlo.
In particolare, il dipartimento dell’Energia e del Cambiamento Climatico, guidato da Ed Miliband, dovrebbe redigere un piano per l’energia nazionale che tenga conto dell’imminente minaccia del picco petrolifero e riguardi l’intero settore dell’energia.
Accrescere considerevolmente e velocemente gli investimenti nell’energia pulita e rinnovabile.
Le politiche legate alla “Strategia dell’Energia Rinnovabile” nel Regno Unito dovrebbero superare i target fissati dall’Unione Europea (attualmente 20% dell’intera produzione energetica entro il 2020).
Sviluppare e implementare una politica di trasporto sostenibile sul lungo periodo, basata su fonti energetiche rinnovabili.
Aumentare il trasporto alimentato da bio-liquidi ed elettricità sostenibili e aumentare le misure per la riduzione del trasporto su strada alimentato da carburante fossile.

Per gli autori del documento l’attuale crisi finanziaria ed economica offre una vera opportunità al governo britannico per essere al primo posto nell’investimento in energie rinnovabili, così come il trasporto pubblico dovrà essere un elemento chiave nella strategia per la riduzione della dipendenza del Regno Unito dal petrolio, incoraggiando le persone a sostituire il trasporto su auto con quello su autobus e treni, meno inquinanti e più efficienti.

In tutta questa faccenda la parola “urgenza” è ripetuta più volte. Si parla di crisi ed emergenza, ma anche di strategie e opportunità, concetti che come sappiamo sono ignorati dalle grandi imprese e, di rimbalzo, dal governo dello stivale.

LB

30 ottobre 2008