Obama, tra crisi economica e politica energetica

  • 7 Novembre 2008

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Le proposte in materia ambientale del neopresidente saranno messe alla prova dalla crisi economica, ma sono anche la strada per uscirne. I tagli delle emissioni probabilmente dovranno aspettare il rilancio dell'economia verde nazionale?

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L’elezione di Barack Obama a presidente degli Stati Uniti è stata accolta con soddisfazione dagli ambientalisti su entrambe le sponde dell’Oceano. Come commentava Gianni Silvestrini nell’editoriale, la sua vittoria è sicuramente un segnale positivo per chi punta a combattere il global warming. La sua politica, si spera, sarà uno stimolo anche per il governo italiano ad abbandonare le proprie posizioni in materia di clima, pericolosamente allineate a quelle quasi negazioniste di Bush. Il programma con cui è stato eletto il candidato democratico, abbiamo visto, puntava molto su economia verde e lotta al riscaldamento globale. Tra i suoi punti più importanti c’è quello di riportare le emissioni ai livelli del 1990 entro il 2020 e poi ridurle dell’80% entro il 2050 (un obiettivo più ambizioso di quello europeo); l’introduzione di un sistema di commercio della CO2 senza quote concesse gratis; il traguardo del 10% dell’elettricità da fonti rinnovabili entro il 2012 e del il 25% entro il 2030.

I motivi di speranza dunque ci sono, ma a due giorni dall’elezione è necessario anche fare una riflessione sul contesto economico in cui si troverà ad operare il nuovo presidente americano: la recessione, la stretta del credito e il barile ai minimi secondo molti potrebbero frenare, almeno all’inizio, i programmi di Obama. I grandi operatori dell’energia – fa notare il Wall Street Journal – faranno di tutto per opporsi al “cap and trade” con vendita all’asta di tutti i permessi così come è stato proposto, e allo stesso modo l’industria automobilistica (che comunque Obama “compenserebbe” con finanziamenti per sviluppare auto più pulite), lotterà duramente (come ha fatto anche in Europa) contro i target per le emissioni. Mettere limiti stretti alle fonti fossili, dunque, per molti si collega ad una perdita netta di posti di lavoro (come nel settore del carbone) e a prezzi dell’energia più alti,. Il processo quindi non non sarà così facile.

Anche secondo Carbon Positive le circostanze economiche faranno sì che il nuovo presidente, almeno in una prima fase, trascuri la lotta spinta alle emissioni e si concentri più sullo stimolo economico offerto dalle nuove energie. Secondo alcuni analisti il mercato delle emissioni non sarà operatico prima del 2010 e la precedenza verrà data alla politica energetica federale. E anche qui il presidente dovrà fare i conti con l’economia: il denaro che Obama propone di utilizzare per finanziare rinnovabili ed efficienza dovrebbero venire dalle tasse imposte alle aziende petrolifere, tasse che però scatterebbero solo se il barile superasse gli 80 dollari, mentre oggi è sui 60.

A contribuire all’elezione del candidato democratico d’altra parte, secondo molti osservatori degli States, è stata proprio la crisi economica e la proposta forte che Obama ha fatto di uscirvi scommettendo appunto sull’economia verde. L’amministrazione Bush per salvare le banche dalla recente crisi ha stanziato 1 trillione di dollari. Per il Center for American Progress Action Fund con solo 100 miliardi investiti all’anno in rinnovabili ed efficienza si sarebbero potuti creare più di due milioni di posti di lavoro in pochi anni; Obama nel suo programma parlava di un fondo da 175 miliardi e di 5 milioni di nuovi addetti.

L’annunciato nuovo impegno internazionale degli Usa nella lotta per il clima dunque deve passare prima per un rilancio economico verde in casa. La crisi economica rende più difficile questa strada che resta però la più promettente per uscire dalla recessione. Una sfida per il neo-presidente che dovrà dimostare una volontà politica forte, anche potendo contare sul nuovo Congresso in cui la maggioranza sembrerebbe favorevole alle istanze verdi.

GM
7 novembre 2008

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