Pomeriggio da grandi occasioni, quello del 21 ottobre, al Ministero dell’Ambiente. Nel corso di una conferenza stampa (ne ha reso conto, con dovizia di particolari e imponente apparato iconografico, Alessandra Arachi sul Corriere della Sera del 22 ottobre), alla presenza del Ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, gli amministratori delegati di ENI, Paolo Scaroni, ed ENEL, Fulvio Conti, hanno presentato un progetto per la “cattura” della CO2 prodotta dalle centrali termoelettriche italiane. Un progetto capace, secondo la cronaca, di: …abbattere il 100% delle emissioni di anidride carbonica. Una specie di sogno ambientale, insomma. Quel sogno che ieri pomeriggio si leggeva con chiarezza negli occhi di Stefania Prestigiacomo lì, in quella conferenza stampa nel suo ministero dell’Ambiente affollata come una prima della Scala. Sorride, il ministro: «Questo è il nostro ambientalismo. L’ambientalismo del fare e non quello dei veti che ora ci troviamo in eredità dal precedente governo… ».

Di fronte ad una così ispirata prosa si ha un qualche timore nell’entrare, come si dice, “nel merito” della questione alla quale l’autorevole quotidiano nazionale ha dedicato un’intera pagina. Tanta infatti è l’aura di letizia e spensieratezza che traspare dall’articolo, che viene quasi naturalmente fatto di astenersi da qualsiasi commento o, peggio, ragionamento, che non sia di plauso e di entusiasmo.
Eppure, con buona pace dell’entusiasta giornalista del Corriere, qualche interrogativo sull’oggetto di tanta spensierata felicità è doveroso, oltre che opportuno, porselo.

Della cattura della CO2 quale opzione per la riduzione dell’effetto serra si parla da tempo, e la stessa Commissione Europea, nella propria Comunicazione “Produzione sostenibile di energia elettrica da combustibili fossili: obiettivo emissioni da carbone prossime allo zero dopo il 2020”, indica come opportuna la predisposizione di tutti i nuovi impianti a carbone all’adozione di questa opzione tecnologica (CCS, Carbon Capture and Storage); nondimeno, ad oggi sono ancora numerose le questioni di ordine tecnico, economico e ambientale alle quali trovare adeguata soluzione prima che tale tecnologia possa effettivamente essere implementata nella progettazione e nella costruzione di impianti termoelettrici. Non si tratta cioè di “ambientalismo dei veti”, quanto piuttosto di “ambientalismo del sale in zucca”, e cioè di quella elementare norma di comportamento in virtù della quale una qualsiasi opzione tecnologica, prima di essere promessa urbi et orbi (in un festoso clima “da prima della Scala”), dovrebbe risultare fattibile a fronte di una seria analisi economica, tecnica, ambientale.

Ed è noto che la cattura e stoccaggio della CO2, pur costituendo un orizzonte tecnologico sicuramente promettente, è tuttora lontana dal poter garantire l’eliminazione del 100% (o comunque di percentuali più che dimostrative) della CO2 emessa da impianti industriali. I problemi sono diversi, e di non poco conto; si pensi solamente alle consistenti riduzioni di efficienza nella produzione di energia elettrica vendibile (almeno il 20%) che l’attivazione del processo comporta, o alla difficoltà di trovare giacimenti e tecniche di confinamento che offrano adeguate garanzie di efficacia al processo, a distanze dagli impianti di produzione e in posizioni tecnicamente ed economicamente accessibili. Si tratta di una tecnologia promettente, insomma, ma ancora in fase di sviluppo. Tanto è vero che la stessa ENEL, nel proprio rapporto ambientale 2007, indica come obiettivo da raggiungere entro il 2012 la realizzazione (a Brindisi) di un impianto dimostrativo completo di stoccaggio geologico dell’anidride carbonica catturata in post combustione. Impianto dimostrativo, dunque. E da realizzare entro il 2012.

Ma prudenze e dubbi, in occasione della matinée del 21 ottobre presso il Ministero dell’Ambiente, sono evidentemente rimasti fuori dalla porta, neutralizzati dall’ottimismo che i due (quasi) monopolisti del settore energetico italiano (ENEL ed ENI) diffondevano a piene mani: «Non c’è nessun altro paese al mondo che è riuscito a fare un accordo di progetto così, mettendo assieme due aziende come noi». E in che cosa consiste questo progetto unico al mondo? Come riferisce il Corriere, consiste nel sequestrare la CO2 prodotta nelle centrali ENEL e nello stoccarla nei pozzi esauriti di Cortemaggiore (provincia di Piacenza) messi a disposizione da ENI. Si comincia, dunque, dalla centrale ENEL a carbone di Brindisi. «Il primo sequestro ci sarà nell’autunno del 2009, garantiscono tutti: ministero, Enel, Eni. La CO2 verrà trasportata (ormai liquida) dentro i camion da Brindisi a Cortemaggiore e sarà molto meno rischioso di un trasporto di benzina: anche questa è una garanzia corale ». (E su questo non ci si può che unire al coro: il trasporto della CO2 è effettivamente assai meno pericoloso di quello della benzina, tant’è vero che negli estintori antincendio ci si mette la CO2, e non la benzina).

Il problema, però, è un altro. Si tratta cioè di valutare se, e in quali condizioni, l’idea sbandierata durante la festosa cerimonia al Ministero dell’Ambiente sia, oltre che effettivamente concretizzabile entro l’autunno 2009, anche sostenibile sotto il profilo economico e ambientale.
Facciamo due conti. La centrale ENEL di Brindisi emette circa 14 milioni di tonnellate di CO2/anno (circa 39 mila tonnellate/giorno); considerando una densità della CO2 liquida di 1.032 kg/m3 e una capacità delle autocisterne di 25 m3, il quantitativo giornaliero da trasportare verso Cortemaggiore richiederebbe circa 1.500 viaggi / giorno. Tra Brindisi e Cortemaggiore ci sono circa 900 km, fra andata e ritorno ne fanno 1.800. In totale, sono circa 2,7 milioni di veicoli_km/giorno, tutti i 365 giorni dell’anno.

Si tratta, per inciso, di un traffico aggiuntivo che – quanto meno in determinati periodi dell’anno e lungo alcune tratte della dorsale adriatica – potrebbe configurare un contributo non irrilevante ai periodici e ripetuti fenomeni di congestione. Ma limitiamo questa sommaria analisi al tema energetico-ambientale. Considerando un fattore di consumo unitario di 700 g/veic_km, il “costo” in termini di emissioni di CO2 di questo progetto “unico al mondo” sarebbe stimabile, sempre in prima approssimazione, in circa 2.000 tonnellate/giorno, che rappresentano, grosso modo, il 5% delle tonnellate prodotte dalla centrale di Brindisi.

Poco? Forse. Ma si tratta comunque di una quantità consistente, alla quale si aggiungeranno tutti gli altri costi esterni generati dal traffico stradale. Inoltre, a fronte di un consumo medio dei mezzi da trasporto impegnati stimabile in 220 grammi di carburante/km percorso, il costo energetico del solo trasporto della CO2 da Brindisi a Cortemaggiore è stimabile, sempre su base annua, in circa 220 mila tonnellate di gasolio, che considerando il potere calorifico inferiore del carburante equivalgono a 2,6 miliardi di kWh (2.625 GWh/anno). E la centrale di termoelettrica di Brindisi, sulla base di parametri di funzionamento standard, ha una producibilità stimabile in circa 17.000 GWh elettrici (nel 2004 si è registrata una produzione netta di 16.700 GWh). Come a dire che il solo trasporto della CO2 potrebbe costare, in termini energetici, più del 15% dell’energia prodotta dalla centrale* (e questo senza contare le ulteriori perdite di efficienza necessarie alla cattura della CO2 in post combustione).

Insomma, qualcuno si è preoccupato di stimare, quanto meno a livello preliminare, i costi e i benefici del progetto prima di “andare in scena” alla “prima” del Ministero dell’Ambiente? Si è ragionato sul bilancio energetico dell’operazione? E in base a quali analisi e valutazioni si è stabilita l’adeguatezza dei pozzi esauriti di Cortemaggiore? E, ancora, quale è la capacità di stoccaggio di quei pozzi, e degli altri giacimenti che si intendono riempire (sempre che siano in grado di trattenere sine die la CO2 immessa)?

E’ bene ripeterlo: non si tratta di “ambientalismo del no” o di un inutile disfattismo (a questo ci pensa già l’Amministratore Delegato di ENI, che, in un suo personale outing al Corriere, dichiara di aver: «… sempre pensato che il protocollo di Kyoto sia come vuotare il mare con un secchiello»). Si tratta, più semplicemente, di affrontare problemi assai rilevanti e importanti per il futuro di questo paese (e non solo di questo paese) evitando di fare a gara a chi la spara più grossa. E, da questo punto di vista, si ha netta le sensazione che quella dello scorso 21 ottobre al Ministero sia stata un’occasione sprecata.
Non occorre essere esperti nelle tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2 per sbilanciarsi in una facile previsione: nell’autunno del 2009 nessuno (nemmeno la “coppia più bella del mondo”) riuscirà a catturare e stoccare tutta la CO2 emessa dalla centrale di Brindisi. Forse (forse!) se ne estrarrà una piccola (molto piccola) quota. E forse (forse!) se ne ridurrà una altrettanto (o ancora più) piccola percentuale alla fase liquida. E forse (forse!) quella piccola quantità di CO2 verrà trasportata, per 900 km, fino a Cortemaggiore.
O forse non se ne farà nulla. In attesa della prossima “prima”. Prima della Scala, si intende.
“Crepuscolo degli dei”? “Forza del destino”? O “Pagliacci”?

Mario Zambrini (Ambiente Italia)

3 novembre 2008

* Nota: I dati sono – ovviamente – solo parzialmente confrontabili: perché, nel caso del gasolio, si è considerato il contenuto energetico della fonte primaria, mentre nel caso della CTE di Brindisi si è considerata l’energia elettrica prodotta (e non il contenuto energetico del carbone consumato annualmente). Ma i termini del confronto sono sostanzialmente quelli qui riportati.