Negli ultimi anni lo Sviluppo Sostenibile, inteso come interazione virtuosa tra l’uomo e l’ambiente in cui vive, è diventato una delle priorità ineluttabili che saremo chiamati, volenti o nolenti, ad affrontare. In Italia all’incirca un terzo dei consumi energetici, che, ricordiamolo, sono la principale causa dell’inquinamento di aria, acque e suoli, sono dovuti ad un patrimonio immobiliare concepito e gestito in maniera a dir poco obsoleta. L’edificio medio italiano consuma, solo per riscaldamento, circa 100 kWh/m2 anno, cifra preoccupante se si considera che questa media comprende anche le costruzioni site al sud e nelle isole, con fabbisogni bassissimi o addirittura nulli.
I consumi elettrici ammontano, poi, a circa 40 kWh/m2 anno e il tutto corrisponde ad un’emissione in atmosfera di circa 60 kg di anidride carbonica per ogni metro quadrato di superficie utile. In parole povere, l’appartamento tipo del nostro Paese, quello abitato dalla famiglia qualunque, è responsabile annualmente della produzione di quasi 6 tonnellate di gas climalterante, con bollette che possono superare i 2.000 €/anno.

Evidentemente bisogna correre ai ripari, porre rimedio, invertire la rotta, e tutto ciò è sicuramente possibile. “Pensare a livello globale, agire a livello locale”, uno slogan molto diffuso negli ultimi anni, ripreso sostanzialmente dalla Direttiva Europea 2002/91/CE sul rendimento energetico in edilizia. Il significato è che a problemi tipici di un determinato contesto bisogna contrapporre soluzioni appropriate e idonee a quella particolare realtà.

In Italia, invece, sembra che nella maggior parte dei casi si sia in grado solamente di importare pedissequamente modelli energetici e costruttivi maturati in altri ambiti climatici, geografici, sociali.
Le nostre condizioni meteorologiche e ambientali, tuttavia, differiscono notevolmente da quelle di Germania, Austria, Svizzera o Olanda, patrie della casa passiva e di altri modelli architettonici a basso consumo. In Italia, come è ben noto, il problema energetico non è legato solo al riscaldamento, ma anche al condizionamento estivo, all’approvvigionamento dall’estero, al costo (anche ecologico e ambientale) dei materiali utilizzati.

Per rispondere alle criticità italiane, insomma, si deve mettere a punto una soluzione italiana, o, meglio, adatta alla realtà italiana. E sulle nostre capacità di elaborare idee originali ed efficaci non pare sussistano dubbi. Per lo meno è quello che molti di noi pensavano nell’ormai lontano 2001, quando venne dato il via al progetto “Borgo Solare“: un insediamento di edifici ecocompatibili in prossimità di Ferrara, a Cocomaro di Cona, in grado di illustrare nel concreto la via italiana al risparmio energetico, allo sfruttamento delle fonti rinnovabili e alla sostenibilità. Case studiate sulla base sia delle migliori tradizioni locali che delle più innovative tecniche di simulazione al computer, in grado di sfruttare positivamente sole, acqua e vento e di ridurre drasticamente consumi ed emissioni inquinanti.

Nel documento che si allega vogliamo richiamare l’attenzione del lettore su alcuni punti fondamentali, indispensabili per comprendere l’andamento di questa storia di burocrazia italiana che ha bloccato di fatto un progetto di alto profilo in termini di innovazione, compatibilità ambientale e sostenibilità.

Niccolò Aste – Dipartimento BEST, Politecnico di Milano

16 ottobre 2008