Un anno climaticamente favorevole pare abbia fatto scomparire i problemi legati agli incendi boschivi, ai cambiamenti climatici, al dissesto idrogeologico, alla siccità, alle perdite di acqua dei nostri acquedotti, all’erosione costiera, alla subsidenza, all’introduzione di specie animali particolarmente dannose alla salute (la zanzara tigre). Insomma dopo le ultime elezioni tutti i temi legati ai cambiamenti ambientali sembrano scomparsi.
L’ambiente è in parte ritornato ad essere considerato un elemento di freno per lo sviluppo. Uno dei motivi va ricercato nel fatto che negli ultimi anni essere ambientalisti ha significato per la gente essere contro, contro agli inceneritori, alle centrali, ma pure alla tramvia e ai parchi eolici. I media non hanno negato la patente di ambientalista a nessuno: sia che si trattasse di esperti che di cialtroni, questi si sono moltiplicati negli ultimi tempi.

Come cercare quindi di ricollocare nell’alveo giusto il tema ambientale?
Il Governo, e per esso il Ministro all’Ambiente, propone una ricetta tutta basata su uno pseudoefficentismo che nasconde idee confuse e incapacità di scegliere. Il confondere elenchi di cose con scelte strategiche prioritarie è un comportamento molto in voga fra gli attuali ministri. Credo che nessun cittadino possa essere contrario allo sviluppo dell’educazione ambientale, ad aumentare la raccolta differenziata, ad avere meno traffico e magari un’aria e acqua più pulita. Penso anche che se in un qualunque bar si chiedesse ad un avventore se è meglio avere un’unica o diverse fonte energetiche la risposta sarebbe abbastanza scontata. Quello che è difficile è scegliere delle priorità in una situazione economica critica dove le risorse sono limitate.

Quanto costa ad esempio investire sul nucleare, ma non solo in termini del prezzo del chilowattora, ma anche nel costruire e formare un sistema di controllo adeguato, di ricerca avanzata. Al momento, a parte una volontà generica, l’unica azione che il Governo ha fatto è stata quella di abolire l’Agenzia per l’ambiente nazionale facendo un’improbabile fusione con altri enti senza nulla programmare rispetto al potenziamento e alla formazione di personale adeguato ad affrontare un’eventuale sfida nucleare. Oppure scegliere quanti inceneritori sono necessari e dove devono essere costruiti, o ancora, decidere di diminuire il traffico veicolare privato e smettere di incentivare l’uso dell’auto euro 4 o 5 che sia, magari investendo sul trasporto pubblico.

Perchè non introdurre la tassazione ambientale e meccanismi di mercato per ridurre le emissioni nocive, vedi il Clean Air Act negli Stati Uniti, e scegliere definitivamente di orientare il mercato pubblico e, in parte, quello privato verso prodotti più ecologici? E poi promuovere i sistemi di gestione ambientale sia per le imprese che per il sistema degli enti locali. E per finire, perché non favorire le ricerche nel settore ambientale e energetico: l’Italia è ricca di imprese virtuose che hanno investito nella ricerca e anche di ricercatori che non sanno a chi rivolgersi per presentare i risultati del loro lavoro.

Queste cose mi aspetterei da un Governo efficiente e da una politica ambientale del fare e non dei lunghi elenchi di buone intenzioni che al di là di fare felici i fans di Heidi, non indicano quale strada intraprendere e come investire le risorse.
Le politiche ambientali sono una cosa seria che se mal condotte possono arrecare danni irreparabili. La sfida dei cambiamenti climatici va affrontata in maniera sistematica e con persone all’altezza del problema. Tecnici, scienziati, ricercatori, operatori economici devono trovare nel Governo un punto di riferimento politico forte e autorevole in grado di fornire risposte serie e adeguate. Non è sufficiente dichiarare che bisogna coniugare l’economia all’ambiente, sono anni che questo viene predicato a tutti i livelli; non c’è nulla di nuovo nelle frasi che il Ministro dell’Ambiente pronuncia in ogni dove. Bisogna fare, ma fare bene impostando politiche proattive che possano essere misurate nelle loro conseguenze e orientate a raggiungere quegli standard europei da cui per molti temi siamo ancora distanti.
Obiettivi che sembrano ambiziosi e che per essere raggiunti richiedono serietà e coerenza e, soprattutto, idee chiare nelle scelte da attuare. Purtroppo le prime uscite, anche in campo internazionale, del Ministro Prestigiacomo sono state particolarmente infelici: invece di accelerare i processi per rispettare i parametri di Kyoto ci si è preoccupati di lamentare un impegno eccessivo per le nostre imprese.

Vedremo cosa ci riserverà la ripresa autunnale, come le politiche ambientali verranno coniugate nella nuova proposta sul federalismo e rispetto ad alcune situazioni irrisolte, ad esempio il testo unico ambientale, quale sarà la proposta del Governo. Al momento quello che emerge è una grande confusione con l’impressione che le anime che costituiscono l’attuale maggioranza su queste questioni parlino tre lingue differenti.

Alessandro Bratti
Membro della Commissione Ambiente della Camera (PD)

25 settembre 2009