Rischio metano sul clima

  • 15 Luglio 2008

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Centinaia di milioni di anni fa sarebbe stato una fuga del metano imprigionato nei ghiacci a far scaldare la Terra. Ora con il global warming altro metano congelato si scioglie e torna in atmosfera, con conseguenze potenzialmente catastrofiche.

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Potrebbe essere il metano la goccia che fa traboccare il vaso del global warming, facendo oltrepassare il punto di non ritorno. Diversi studi recenti mettono in guardia nei confronti di questo gas serra, che trattiene il calore nell’atmosfera 21 volte più di quanto faccia l’anidride carbonica. A causa del riscaldamento globale le grandi quantità di metano intrappolate nei ghiacci e nel permafrost sotto forma di idrati  potrebbero fuoriuscire in atmosfera. Con conseguenze disastrose per il clima del pianeta.

Nuove evidenze di questo pericolo vengono dalla paleoclimatologia e, in particolare, da uno studio condotto dal geologo americano Martin Kennedy e pubblicato sull’ultimo numero di Nature. Secondo Kennedy se la terra 635 milioni di anni fa si è trasformata dalla palla di neve e ghiaccio che era in un pianeta abitabile, lo si dovrebbe proprio a una grande fuga di metano dai ghiacci che allora si estendevano fino all’equatore. Una immissione di gas in atmosfera che avrebbe scatenato effetti a catena: il metano rilasciato avrebbe fatto salire la temperatura, facendo sciogliere ulteriormente i ghiacci e causando così il rilascio di altro gas.

Per il geologo americano qualcosa di simile potrebbe ripetersi ai giorni nostri. Se le temperature continuano a salire, dalle oltre 10 mila giga-tonnellate di metano ghiacciato intrappolato nel permafrost e sul fondo degli oceani, potrebbero sfuggire ingenti quantità di gas. Gli effetti sul clima sarebbero catastrofici: il rilascio di metano secondo Kennedy potrebbe riscaldare la Terra di decine di gradi e il fenomeno potrebbe avere tempi molto rapidi, anche al di sotto del secolo.

Timori quelli di Kennedy confermati da altri studi: la fuoriuscita di metano dai depositi dell’artico come conseguenza del global warming starebbe infatti già avvenendo. Le indagini compiute dalla biochimica russa Natalia Shakhova, presentate lo scorso aprile in una conferenza dell’Unione Europea di Geoscienze, hanno trovato sopra la foce del fiume Lena, in Siberia, concentrazioni di metano 5 volte più alte della media. “Un campanello d’allarme per la scienza” aveva dichiarato la biochimica, citata dallo Spiegel,  sottolineando anche la relativa imprevedibilità temporale di questi fenomeni.

Anche Katey Walter, ricercatrice della University of Alaska, in uno studio recente ha rilevato come il rilascio di metano in atmosfera dall’Artico, dopo 9 mila anni di rallentamento, nell’ultimo secolo ha ripreso ad accellerare e tornerà probabilmente a superare i livelli di 11 mila anni fa. In un territorio di circa 999 mila chilometri quadrati in Siberia, riporta la Walter, ci sono circa 55 miliardi di tonnellate di metano congelato: 10 volte la quantità attualmente presente in atmosfera. Secondo lo U.S. Geological Survey il metano intrappolato nel ghiaccio (cioè gli idrati di metano) contiene più carbonio organico di tutto il carbone, il petrolio e il gas naturale non congelato presenti nel mondo. L’eventuale impatto di fuoriuscite di gas, che come ci dicono gli studi è difficilmente prevedibile, non è considerato negli scenari attuali sui cambiamenti climatici.

Molte compagnie hanno espresso interesse ad estrarre il metano congelato per usarlo come fonte di energia. Una soluzione che –  secondo Katey Walter , citata da Discovermagazine – avrebbe un doppio vantaggio : “preverrebbe il rilascio di un un potente gas serra in atmosfera convertendolo in emissioni meno dannose – vapore acqueo e CO2 – e usato in loco ridurrebbe la domanda di altre fonti fossili.”  

In un report pubblicato in questi giorni, il Council of Canadian Academies su richiesta del governo canadese fa il punto sulla possibilità di ottenere il gas dagli idrati di metano: una tecnologia dalle grandi potenzialità ma ancora in fase di ricerca, ci vorranno almeno 20 anni – scrivono gli scienziati canadesi – prima che di poterla mettere in pratica effettivamente.

GM

15 luglio 2008
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