Secondo la Shell le fonti fossili resteranno la parte preponderante del mix energetico fino alla metà del secolo. Questo è ciò che l’amministratore delegato Jeroen van der Veer ha delineato davanti a esperti del settore, economisti, giornalisti e think-tankers pochi giorni fa in una località del sud della Francia.
Se da una parte parla di una domanda di energia che raddoppierà tra oggi e il 2050 a causa della crescita della popolazione da 6 a 9 miliardi di abitanti, e tutti, afferma il capo della Shell, vorranno accesso ai trasporti e all’elettricità, dall’altra si lascia scappare la più estremista delle frasi per un esponente del settore petrolifero “L’era del petrolio e del gas facile è finita”.
Ma se poi si vanno a guardare le due ipotesi di scenario della Shell (Scramble e Blueprint) si vede che le quote di petrolio e di gas restano al 2050 pressoché inalterate, cresce di molto quella del carbone oltre che le fonti rinnovabili; il nucleare continua ad avere un ruolo marginale.

Ma queste ipotesi di sviluppo futuro se diventassero realistiche non potrebbero portare le società umane ad un collasso ambientale ed energetico? Ma soprattutto, sono questi gli scenari che i politici dovrebbero prendere in considerazione?
Secondo la Shell la soluzione per rispondere al bisogno di energia mondiale proverrà, come detto, sicuramente dalle rinnovabili, ma in maniera molto più decisiva dal carbone. Nell’analisi si parla anche per la prima volta di “picco del petrolio”, che secondo gli esperti della compagnia petrolifera verrà raggiunto nel 2020, ma con effetti piuttosto trascurabili fino al 2040, mentre i fatti già oggi dimostrerebbe ben altre conseguenze.

Il punto chiave è che questi scenari vengono costruiti dalle compagnie energetiche a propria immagine e somiglianza e diventano, con la loro complicità, soprattutto quadri di riferimento per i governi, spesso acritici. Non dovrebbero essere invece altro che un semplice esercizio, un desiderata, che conduce a risultati particolarmente graditi alla grande società energetica e nulla più.

Ma non può essere taciuto che una proiezione “business as usual” come quella presentata dalla Shell oggi è da irresponsabili, così come quando afferma il principio che sia irrealistica la possibilità di tenere le emissioni sotto le 450 ppm. E le motivazioni sono facilmente comprensibili: lanciano proclami che annunciano che le rinnovabili potranno coprire oltre un terzo dei fabbisogni energetici mondiali, e non si spiegano come le fonti fossili potranno rimanere inalterate in quantità assolute solo perché la domanda sarà cresciuta del doppio rispetto ad oggi. Queste analisi dimostrano come l’unica guida sia il profitto che prevarica ogni interesse per l’umanità e il pianeta. Ma in fondo basterebbe capire qual è la fonte che le realizza.

Quello che andrebbe fatto è invece rompere ogni schema e uscire una volta per tutte dal “pensiero unico” dell’energia. Le soluzioni ci sono, e sono economicamente e tecnologicamente fattibili, ma vanno prese con rapidità. Sarebbe impensabile (e improbabile) che il sistema mondiale continuasse ad essere alimentato anche nel 2050 con le stesse quantità di fonti inquinanti utilizzate 40 anni prima. Una transizione energetica spinta deve mettere al bando le centrali a carbone, rimodellare il sistema dei trasporti, puntare sull’efficienza energetica, velocizzare l’introduzione su vasta scala delle rinnovabili e, non ultimo, ripensare un nuovo modello di sviluppo econmico. Le potenzialità per farlo ci sono, ma dovrebbe essere spiegato meglio.

LB

7 luglio 2008