Quanto petrolio ci rimane ancora? Un argomento complesso, una domanda che tira in ballo interessi enormi, e proprio per questa ragione non trova una risposta definitiva. Gli ultimi dati di cui si parla sono quelli rilasciati la settimana scorsa dalla British Petroleum che ha presentato le proprie stime ufficiali sulle riserve mondiali. Di petrolio ce n’è ancora per almeno 41 anni, ha spiegato Tony Hayward, l’amministratore delegato della società.

I numeri del rapporto di BP parlano di una crescita mondiale del consumo di petrolio dell’1,1% nel 2007, mentre la produzione per la prima volta negli ultimi 5 anni è scesa, dello 0,2%. La produzione di petrolio però – secondo Hayward – non sarebbe limitata dall’entità delle riserve, ma dai vincoli che sono imposti allo sfruttamento: “quando si parla di rendere disponibile più petrolio – ha sintetizzato – i problemi non s’incontrano sottoterra, ma sopra, sono politici, non geologici. Mentre le risorse globali non sono affatto limitate, quelle che le compagnie private come BP possono sfruttare invece lo sono”.

Il petrolio dunque, nella visione della BP, non starebbe affatto per finire. I fattori che determinano la diminuzione della produzione cui si è assistito, secondo l’amministratore del gigante petrolifero, sarebbero come detto politici: il nazionalismo energetico di produttori come Venezuela, Russia e paesi mediorientali, le alte tasse e le restrizioni per motivi ambientali. Per risolvere il problema dunque basterebbe concedere alle gradi corporation del petrolio di trivellare di più: il 92% delle riserve statunitensi – ha fatto notare Hayward – sono off-limits per motivi di protezione ambientale e bisognerebbe dare il via libera alle perforazioni nell’Artico.

Ma c’è chi contesta le stime fatte da BP ritenendole fin troppo ottimistiche. Come spiega l’esperto energetico e geologo Jeremy Legget in un intervento sul Guardian, nelle stime di BP viene infatti conteggiato anche il cosiddetto “petrolio politico”, una sovrastima sistematica di riserve importanti quali quelle mediorientali. I dati elaborati da BP sono quelli forniti dai produttori. L’Opec, spiega Legget, nel 1983 ha deciso di stabilire le quote di produzione in proporzione alle riserve nazionali, e nel giro di pochi anni i vari paesi del Golfo hanno dichiarato di aver sottostimato le loro riserve, aggiungendovi complessivamente 300 milioni di barili, cioè un quarto di quelle che attualmente si ritengono le riserve mondiali di petrolio.

“Da allora in avanti – scrive l’esperto inglese – i paesi mediorientali hanno dichiarato ogni anno esattamente lo stesso dato riguardo alle riserve provate. Ci chiedono di credere alla strana coincidenza che ogni anno scoprivano esattamente tanto petrolio quanto ne vendevano. E BP si fida di questi dati nel suo report annuale”. “I paesi Opec che dichiaravano riserve più grandi avevano il permesso di produrre di più – ci spiega Ugo Bardi, presidente dell’Associazione italiana per lo studio del picco del petrolio (Aspo Italia) – da qui l’interesse a sovrastimarle”.

D’altra parte c’è anche chi contesta in senso opposto le stime delle riserve fatte dalle compagnie petrolifere affermando che il petrolio sarebbe invece molto di più, come Richard Pike, una vita spesa all’interno dell’industria petrolifera e oggi presidente della ‘Royal Society of Chemistry’ inglese. Secondo lui i tecnici usano un metodo puramente aritmetico per stimare la quantità di petrolio presente nei giacimenti, scegliendo un approccio deliberatamente ‘conservativo’ perché gli azionisti delle compagnie non vogliono veder crescere le stime.

“Sottostimare un giacimento scoperto – ci spiega però Bardi – è una regola comune di prudenza. È molto facile fare notizia con uscite del genere. Gli interessi che stanno dietro alle distorsioni delle stime sono difficili da decifrare. Sapere quanto petrolio c’è non è poi così difficile, ma ben altra cosa è sapere quanto se ne riuscirà ad estrarre”.

GM

16 luglio 2008