Petrolio sempre più caro: ieri ha sfiorato i 120 dollari al barile. C’è chi crede che l’aumento di questi anni sia solo passeggero, come l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni, che nei giorni scorsi ha dichiarato all’agenzia Agi che in tre-quattro anni il prezzo del petrolio tornerà a 60-70 dollari e che il problema, causato soprattutto dalla speculazione, si risolverà con più investimenti, e chi invece ritiene che l’impennata dei prezzi sia un fenomeno destinato a non arrestarsi perché fondato sulla realtà di una risorsa finita (e forse prossima all’esaurimento) e di una domanda che invece continua a crescere. Quello che sta accadendo nel mercato del greggio sembra dare ragione a chi è di questo avviso: cala la produzione dei paesi esportatori e sale invece la domanda di energia anche negli stessi paesi petroliferi, come i paesi arabi (aspetto rilevato anche dall’articolo di Silvestrini su questo portale).

Se, infatti, il presidente dell’Opec, Abdallah Al Badri, ieri ha promesso aumenti della produzione, altri segnali fanno invece sospettare che i paesi fornitori stiano chiudendo i rubinetti e i dati su quanto petrolio c’è ancora al mondo sono tutt’altro che trasparenti. È di pochi giorni fa l’annuncio del sovrano saudita Re Fahd che il suo paese fermerà le esplorazioni petrolifere dopo il 2009 e che da quella data non vi saranno più aumenti di produzione. La motivazione ufficiale è che il regno vuole essere certo della domanda sul mercato, “cosa stranissima – commenta Debora Brilli dal blog Petrolio  – perché le proiezioni prevedono un aumento del 30%”.

Cattive notizie vengono da altri paesi esportatori: in Russia, secondo produttore al mondo, lo stesso Ministro delle risorse naturali Yuri Trutnev ha dichiarato di aspettarsi un calo per l’anno a venire “dovuto a giacimenti sempre più difficili da raggiungere e costi di estrazione crescenti”. E anche dalla Nigeria arrivano segnali negativi: un report presentato la settimana scorsa dai consulenti energetici del governo africano parla del rischio di vedere la produzione diminuita di un terzo entro il 2015.

E se i produttori da una parte estraggono ed esportano meno, dall’altra la loro domanda interna cresce continuamente e va ad aggiungersi a quella delle economie sviluppate ed emergenti. Un articolo apparso sul periodico americano McClatchy  fa notare come i sei paesi che compongono il Consiglio di cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Kuwait, Oman, Qatar, Bahrain ed Emirati Arabi) stanno consumando tanto petrolio quanto la Cina, spesso additata come responsabile della crescita della domanda. I paesi mediorientali in questione, infatti, stanno crescendo dal 2002 con un tasso annuo del 7% e dal 2004 il loro consumo di petrolio è aumentato del 6% ogni anno.

I profitti che arrivano ai paesi produttori con prezzi del petrolio sempre più alti vanno ad alimentare ulteriormente la crescita delle loro economie. Crescita ulteriormente favorita, spiega Adam Robinson, analista del gruppo di investimenti Lehman Brothers interpellato da McClatchy, dal fatto che l’energia lì costa molto meno che altrove, godendo i derivati del petrolio nei paesi produttori di sostanziosi sussidi statali.
Secondo Robinson la domanda globale di petrolio aumenterà durante quest’anno di circa 1,1 milioni di barili al giorno e circa un terzo di questi saranno consumati in Medioriente. Il petrolio estratto, dunque, non aumenta quanto la domanda e sempre di più si ferma nei paesi produttori, con conseguenze immaginabili sui prezzi.

GM

23 aprile 2008