Venerdì 18 aprile l’Enea ha presentato il documento “Riduzioni delle emissioni e sviluppo delle rinnovabili: quale ruolo per Stato e Regioni?“. Obiettivo dello studio è fare il punto dei contenuti e delle implicazioni relative al pacchetto di nuove direttive recentemente presentato in Europa, soffermandosi in maniera particolare sulle diverse metodologie impiegate per l’assegnazione di obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni.
Vengono inoltre passati in rassegna gli strumenti e i livelli istituzionali messi in campo dal nostro Paese per perseguire gli obiettivi di Kyoto, e le possibili applicazioni di una divisione degli oneri a livello regionale sul modello europeo.

Come sappiamo la proposta di direttiva europea chiede al nostro Paese di incrementare al 17% il contributo delle fonti rinnovabili al 2020 e, comunemente a tutti gli Stati membri, un contributo minimo del 10% da fonti rinnovabili nel settore dei trasporti.
Per conseguire tali obiettivi è necessario introdurre obiettivi regionali? Con quali metodologie di ripartizione?

Su questi argomenti, in verità piuttosto complessi e tecnici, si sono soffermati diversi esperti del settore, partendo dal fatto che l’attuale proposta di normativa UE prevede un meccanismo di regolazione sovranazionale di “Emissions Trading” (ETS) dedicato a specifici settori industriali che ricopre circa il 40% delle emissioni dell’Unione. Ad esso la Commissione propone di aggiungere una divisione degli oneri a livello nazionale per quei settori che non sono inclusi nella direttiva ETS e una divisione degli obiettivi di sviluppo delle fonti rinnovabili.
Per i settori ETS sarà dunque uno strumento di mercato a permettere di ottenere gli obiettivi di riduzione di gas serra; quindi, sarebbe inutile un trasferimento di obiettivi alle Regioni. A livello europeo, vi potrà essere una assegnazione delle quote a livello centrale e non più nazionale.

Per i settori non compresi dalla direttiva ETS, come il settore dei trasporti e quello dei consumi civili, la regionalizzazione degli obiettivi può rivelarsi una politica utile al raggiungimento degli obiettivi nazionali di contenimento delle emissioni.
In questo ambito all’Italia si propone di assegnare per i settori non ETS una riduzione delle emissioni del 13% rispetto al 2005, corrispondente, secondo le proposte della Commissione, ad un limite di emissione pari a 305,32 MtCO2 eq.
Un “burden sharing regionale” permetterebbe di coinvolgere livelli inferiori di sussidiarietà (Regioni, Province e Comuni) in una concreta azione nelle politiche per il clima, mobilitando risorse e facilitando le procedure amministrative. Tuttavia la politica energetica e la gestione delle emissioni di gas serra sembrano richiedere l’azione a livello centrale affinché si possano ottenere risultati efficaci. E sta qui il nodo da affrontare, nodo che già la legge Finanziaria 2008 ha tentato di sciogliere indicando che entro marzo 2008 (ovviamente si è in netto ritardo, ma per questioni ben note) si sarebbe dovuto arrivare ad una ripartizione degli obiettivi per le sole fonti rinnovabili del settore elettrico. Inoltre, il DPEF 2008-2011 indica la necessità di introdurre un sistema di scambio di quote di emissione tra le Regioni per i settori trasporti e consumi civili.

Mentre il primo tema rappresenta un sottoinsieme del settore elettrico interamente compreso nella direttiva sull’Emissions Trading (ETS), l’impostazione della Finanziaria sembra semplicemente uno strumento per rimuovere le barriere amministrative delle Regioni, specie nella generazione elettrica, più che uno vero strumento strategico di una politica nazionale di contenimento delle emissioni.
Una divisione condivisa degli oneri risulterebbe un valido strumento di policy anche se necessiterebbe da subito di un’estensione dell’accordo fino al 2020 e una inclusione degli altri settori di utilizzo delle fonti rinnovabili: trasporti, calore, refrigerazione, in modo da diventare uno strumento da subito compatibile con i futuri impegni europei.

Il secondo spunto sul tema di burden sharing emerso a livello nazionale è strettamente connesso con l’introduzione di un meccanismo di scambio di quote nei settori non ETS che appare difficilmente praticabile senza una preliminare divisione degli oneri.
Ma sul criterio da utilizzare per ripartire gli oneri regionali c’è un altro aspetto da considerare. Mentre il burden sharing tra Unione Europea e Stati nazionali trasferisce impegni di riduzione ma non risorse per il loro raggiungimento, tra lo Stato e le Regioni la gran parte degli strumenti sono accompagnati dallo stanziamento di risorse centrali impiegate in maniera diversa dalle realtà regionali. Questo elemento introduce un’ulteriore complicazione nella scelta dei criteri con i quali giungere ad una divisione degli oneri.
Dal dibattito è scaturito come tutte le metodologie di divisione degli oneri hanno aspetti positivi e negativi. Adottando la metodologia scelta dall’Europa in base al reddito pro-capite, anziché in base al potenziale per la ripartizione degli obblighi tra le Regioni, bisognerebbe poi integrarla con un meccanismo di trading intraregionale, in modo da raggiungere l’obiettivo grazie ad un trasferimento di risorse dalle Regioni a maggior reddito a quelle a maggior potenziale.

Va detto che i vantaggi di un burden sharing regionale non devono tradursi in uno “scarico di responsabilità” a ridosso della scadenza del 2008-2012. La tempistica di compliance deve avere un maggiore respiro e alle Regioni responsabilizzate va trasferita una proporzionale capacità di raccogliere e gestire risorse per il raggiungimento degli obiettivi fissati.
Il burden sharing inoltre non deve essere sostitutivo di uno sforzo di razionalizzazione dell’assetto istituzionale nelle reciproche competenze ma, al contrario, potrebbe rappresentare l’occasione per rafforzare il rapporto Stato-Regioni in tema di clima ed energia.
Anche nella considerazione di una politica nazionale che si voglia avvalere dello strumento di burden sharing regionale, emerge l’importanza di definire una quadro di politica energetica coerente con l’assetto europeo e con i diversi strumenti, sino nelle declinazioni amministrative locali, e in linea con gli obiettivi nazionali di breve e lungo periodo di riduzione della CO2.

In conclusione un punto fondamentale messo in luce sia nel rapporto che nel corso della sua presentazione: non sarà possibile raggiungere questi obiettivi senza incrementare gli obiettivi di efficienza energetica negli usi finali, quindi attuare politiche dal lato della domanda.

22 aprile 2008