Anche il Cnr pone l’accento sulla scarsità del petrolio e sulla necessità di valutare nuovi modelli di sviluppo non basati sulle fonti fossili. Il petrolio prodotto tra l’inizio dell’attività estrattiva e il 2007 si valuta in oltre 1.100 miliardi di barili (o Gb, cioè gigabarili), ma la consistenza delle riserve di petrolio note viene mediamente valutata in circa 1.200 Gb. Questo significa che siamo vicini al “Peak of oil”, cioè alla massima produzione di greggio destinata in seguito a calare? Questa punto di vista è presente nell’Almanacco della Scienza, il quindicinale del Cnr. Davide Scrocca, dell’Istituto di geologia ambientale e geoingegneria del Cnr spiega che, a prescindere dal fatto che di petrolio ce ne sia tanto o poco da estrarre, è arrivata l’ora di intervenire sul nostro attuale modello di sviluppo, definito “insostenibile”.

Le forti incertezze sull’entità dei nuovi giacimenti che potranno essere ancora scoperti e sui quantitativi di petrolio che potranno essere spremuti fuori dai giacimenti già noti, dice Scrocca, “hanno alimentato negli ultimi anni un acceso dibattito sul possibile andamento della produzione nei prossimi anni tra chi ha una visione più conservativa e chi, invece, ha un approccio più ottimistico”.
Il primo gruppo è formato prevalentemente da tecnici dell’industria petrolifera che paventano il rischio che il cosiddetto picco della produzione possa essere raggiunto già nei prossimi anni o, al più tardi, all’inizio del prossimo decennio. Il secondo gruppo è composto principalmente da economisti che elaborano le proprie analisi in base a stime molto ottimistiche dei quantitativi di petrolio che potrebbero essere ancora recuperati grazie all’effetto combinato di sviluppi tecnologici e delle leggi di mercato. In questo caso, il possibile picco della produzione viene spostato molto più avanti, tra non meno di 20-30 anni. Ma un tempo insignificante se visto in un’ottica energetica.
Se è vero che le stime più negative “non tengono probabilmente nel dovuto conto gli effetti dei possibili progressi tecnologici – scrive Scrocca – è opportuno sottolineare che le valutazioni più ottimistiche sono basate su stime della possibilità di scoprire nuovi giacimenti che però sono state già smentite dai risultati conseguiti negli ultimi anni”.

Un fatto degli ultimi giorni sembra far entrare di diritto tra i “consapevoli del picco del petrolio”, o quantomeno tra quelli consci della prossime difficoltà nel soddisfare il fabbisogno di oro nero nel mondo, addirittura la Shell. La compagnia ritiene che nel 2015 “la produzione di petrolio non starà più al passo con la domanda”.

Il CEO della grande corporation petrolifera, Jeroen van der Veer, ha illustrato ufficialmente questo scenario e la visione della compagnia sugli scenari al 2050. Come riportato in anteprima dal blog Petrolio, Shell è convinta che alla fine di questo secolo “il sistema energetico mondiale sarà molto differente da quello odierno e le fonti rinnovabili rappresenteranno una buona parte del mix energetico”. A queste viene aggiunto il nucleare.
Shell ipotizza due possibili strade: la prima, in uno scenario definito Scramble, “è una corsa in un deserto montagnoso; promette competizione ed emozioni, ma il rischio di un tale rally sarà una minore velocità e molti che si perderanno lungo la strada”. Insomma ci saranno vinti e vincitori e parecchi morti e feriti. Lo scenario alternativo, detto Blueprint, “ha alcune false partenze e si sviluppa come una cauta salita su una strada ancora in costruzione. Arrivare a destinazione dipende dall’abilità dei drivers e degli operai”.

La Shell crede in quest’ultimo scenario, il meno doloroso. Uno scenario che comporterà la creazioni di coalizioni in grado di raccogliere la sfida dello sviluppo, della sicurezza energetica e del clima attraverso la cooperazione internazionale, con la ricerca dell’equilibrio tra economia, energia e ambiente. “Alla base del successo di questo percorso è – secondo van der Veer – il ruolo della classe politica e la rapidità con la quale prenderanno atto dei problemi imminenti”. Ma non è forse proprio questa la criticità della strada? Vista da altra prospettiva, ci dobbiamo invece domandare se finora la realtà non sia stata un po’ diversa: le scelte e le strategie delle grandi compagnie petrolifere ed energetiche sono state, non solo suggerite come dice van der Veer, ma quasi imposte ai governi in forza del loro grande potere economico.

Se vediamo però la situazione nel breve e medio periodo registriamo che le analisi di molti osservatori ipotizzano un permanente squilibrio tra domanda e offerta di risorse energetiche con possibili drammatici effetti sulla dinamica del prezzo del petrolio. E la cosa è già evidente. Molte economie, ancora fortemente dipendenti dal petrolio (e l’Italia importa l’85% delle risorse energetiche), rischieranno una crescente inflazione e vi potranno essere ripercussioni sullo sviluppo. Quindi occorre agire al di là degli stretti interessi economici (le corporation) o della limitata visione temporale (i governi). E soprattutto rapidamente.

LB

30 gennaio 2008