Il petrolio ha sfiorato la soglia psicologica dei 100 $ al barile e ci si chiede quale futuro ci aspetta. Un deciso calo causato dalle vendite di chi ha speculato sull’oro nero o una ulteriore corsa verso l’alto, magari verso 120, 130 dollari?
Per orientarsi occorre capire quanto pesano i dati reali, cioè il trend del rapporto tra domanda e offerta di greggio, e più in generale quanto siamo lontani dal picco della produzione.
Come è noto, le posizioni sugli scenari futuri sono quanto mai variegate, anche se si nota una progressiva crescente preoccupazione tra gli addetti del settore. Analizziamo quindi le posizioni degli esponenti delle principali “oil companies”.

Da un lato abbiamo i petrolieri preoccupati”. Così David O’Reilly, presidente della Chevron, sottolinea che il mondo sta consumando 2 barili di greggio per ogni nuovo barile scoperto. James Mulva chief executive di un’altra compagnia statunitense, la Conoco Philips, dubita che la produzione potrà soddisfare a lungo la domanda in crescita.
Dall’altra parte dell’oceano, l’Amministratore della francese Total Cristophe de Mangerie considera assurde le proiezioni dell’Agenzia Internazionale dell’Energia e afferma che si è troppo ottimisti sulla capacità di sfruttare le riserve che restano. Anche Shokri Gamen presidente della compagnia petrolifera nazionale della Libia, non ritiene possibile superare la soglia produttiva di 100 milioni di barili al giorno (oggi siamo a 84 mbg).

Più sfumate le posizioni di BP e Shell. Jeroen Van der Veer, amministratore delegato della Shell, sostiene che è si finita l’era del petrolio facile, ma che ci sono ancora molte risorse da sfruttare. Secondo Michael Daly, vicepresidente della BP, la produzione massima si assesterà sui 95-105 milioni di barili/giorno e il chief executive della BP, Tont Hayward, ha recentemente sostenuto che poiché circa la metà del petrolio è già stato estratto, i risultati futuri deriveranno dall’aumento della resa di estrazione del greggio.

Infine, abbiamo gli scettici. Leonardo Maugeri, direttore delle strategie dell’Eni, dichiara che c’è ancora un mare di petrolio e gli alti prezzi faciliteranno l’incremento della produzione. Naturalmente troviamo in questo gruppo anche la Exxon, che in un messaggio pubblicitario dello scorso anno affermava che non c’è alcun picco in vista nei prossimi decenni. E infine non poteva mancare Abdallah S. Jum’ah, presidente della saudita Aramco, con la rassicurazione che il mondo ha consumato solo il 18% del potenziale di greggio e che non ha quindi alcun senso parlare di picco.

Poi ci sono alcune posizioni di istituzioni ufficiali. La Energy Information Administration del governo Usa, per bocca di Guy Caruso, afferma che il picco è lontano decenni. L’Agenzia Internazionale dell’Energia, invece, ha un atteggiamento schizofrenico. Da un lato elabora scenari secondo i quali al 2030 la produzione di greggio dovrebbe raggiungere i 116 mbg, ma dall’altro il suo capo economista Fatih Birol lancia l’allarme: analizzando l’andamento della domanda e dell’offerta al 2015 mancherebbero, infatti, all’appello ben 12,5 mbg (vedi “Petrolio senza futuro“)
Terminiamo la rassegna con le posizioni dei tecnici “preoccupati”. Secondo il tedesco Energy Watch Group , il picco sarebbe già stato raggiunto lo scorso anno (vedi “Il picco è alle spalle“), mentre la Aspo lo situa nei prossimi 5 anni (vedi  “In cima al picco“)

Una cosa è certa, la discussione sulla capacità dell’offerta di greggio di soddisfare la crescente domanda è totalmente aperta. E la stessa indeterminatezza della risposta tende a tenere alti i prezzi.