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Rinnovabili: più efficienti

  • 11 Ottobre 2007

Il position paper sulle rinnovabili del governo sottovaluta il potenziale dell'energia elettrica da rinnovabili perché adotta un metodo di conversione in energia primaria non corretto. Un'analisi di Alex Sorokin

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In settembre il governo italiano ha trasmesso al Commissario europeo Piebalgs un “Position Paper” contenente la stima sul potenziale di fonti rinnovabili raggiungibile dal nostro paese e gli elementi per l’avvio del negoziato sulla distribuzione fra i paesi membri EU degli impegni in materia energetica stabiliti dal Consiglio Europeo dell’8-9 marzo 2007.
Purtroppo i mass-media italiani continuano a riportare il valore inesatto del 20% quale obiettivo Europeo di riduzione delle emissioni di gas climalteranti entro il 2020 rispetto al 1990. In realtà il documento conclusivo del Consiglio Europeo di marzo stabilisce il 30% come obiettivo di riduzione, a condizione che altri paesi “si impegnino ad analoghe riduzioni”. Solo se gli altri paesi, principali emettitori, rifiuteranno di assumersi propri impegni di riduzione, l’Europa si è impegnata unilateralmente di ridurre le sue emissioni di almeno i l20%. Gli ulteriori obiettivi al 2020 stabiliti dal Consiglio Europeo prevedono di incrementare le fonti rinnovabili del 20%, di risparmiare il 20% di energia e di coprire il 10% del fabbisogno dei trasporti con i biocarburanti.

Per la prima volta il governo quantifica e prende ufficialmente atto, che le fonti rinnovabili possono dare un contributo non trascurabile per coprire il fabbisogno energetico del paese, e riconosce la presenza di numerose “barriere amministrative” che finora hanno ostacolato lo sviluppo delle rinnovabili. D’altra parte si insiste più volte nel documento nel sottolineare che i valori riportati esprimono soltanto un “massimo potenziale teorico” e si invoca la possibilità di includere nel calcolo dell’obiettivo nazionale le importazioni di energia rinnovabile.

Il documento quantifica il potenziale dichiarato “massimo teorico” stimando il raddoppio dell’elettricità producibile da rinnovabili, che passa dagli attuali 54 TWh ad un valore di 104,18 TWh al 2020. Per l’energia termica da rinnovabili è stimato un potenziale di 11,4 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) ovvero 5 volte maggiore rispetto agli impieghi attuali, mentre per i biocarburanti il potenziale al 2020 è quantificato in soli 0,6 Mtep.
Pertanto, secondo i calcoli presenti nel position paper del governo, il potenziale nazionale massimo teorico per le rinnovabili al 2020 è stimato in 20,97 Mtep, mentre nel 2005 gli impieghi reali sono valutati in 6,71 Mtep.

Salta all’occhio la differenza nei valori rispetto ai dati pubblicati dall’ENEA nel Rapporto “Le Fonti Rinnovabili 2005” che quantifica il totale delle fonti rinnovabili in Italia pari a 16,5 Mtep, ovvero quasi il triplo del valore indicato dal governo per il 2005.
La spiegazione per questa vistosa differenza sta nel coefficiente di conversione diverso adottato nei due documenti per stabilire l’equivalenza fra l’energia elettrica espressa in TWh (Terawattore) e la stessa quantità espressa in Mtep. Nel position paper del governo la conversione è calcolata in base all’equivalenza fisica (= 0,0860 Mtep/TWh), mentre l’ENEA calcola la fonte primaria in termini di equivalente fossile sostituito (= 0,22 Mtep/TWh). Ma quale di questi due metodi di conversione è quello giusto?

Il metodo dell’equivalenza fisica seguito nel documento del governo non tiene conto delle perdite di trasformazione nella generazione termoelettrica da fossile che, come noto, ammontano in media a quasi due terzi del combustibile fossile impiegato. Invece, il metodo seguito dall’ENEA esprime il contributo delle fonti rinnovabili in termini di “fonte fossile sostituita”, tenendo pertanto conto delle perdite che si verificano nella trasformazione termoelettrica da fonte fossile. In sintesi: il metodo ENEA mette a confronto valori confrontabili fra loro, mentre i valori riportati nel position paper non sono confrontabili.

Per la verità il documento del governo accenna a questo problema nei punti 39 e 63, sostenendo di trovarsi obbligato a seguire il metodo usato per renderlo conforme all’indicazione della Commissione Europea di esprimere i target nazionali in termini di consumo di energia finale, e che “ciò penalizzerebbe l’Italia per una sottorappresentazione dell’idroelettrico”.
Da notare che l’allegato II alla Direttiva Europea 2006/32/CE sull’efficienza degli usi finali dell’energia e i servizi energetici, nella nota (3) precisa: “Per i risparmi di energia elettrica in kWh gli Stati membri possono applicare un coefficiente convenzionale pari a 2,5 che tiene conto dell’efficienza di generazione media nell’UE durante il periodo considerato pari al 40%. Gli Stati membri possono applicare un coefficiente diverso a condizione di poterlo giustificare.”
Pertanto la Direttiva EU in questione ammette l’impiego del metodo di conversione adottato dall’ENEA.

La tabella illustra come il metodo di calcolo seguito nel documento del governo porta ad una vistosa sottovalutazione del potenziale contributo (in %) delle fonti rinnovabili nell’approvvigionamento energetico del paese, per cui il raggiungimento degli obiettivi Europei sembra irrealizzabile e poco realistico.
Invece, il metodo ENEA porta a valori di contributo delle fonti rinnovabili che si avvicinano di molto all’obiettivo europeo. Se, contemporaneamente allo sviluppo delle fonti rinnovabili, l’economia italiana riuscissi a realizzare anche la riduzione del 20% dei consumi energetici, il potenziale delle fonti rinnovabili quantificato nel documento del governo sarebbe sufficiente per coprire più del 20% del fabbisogno energetico nazionale, ovvero sarebbe sufficiente per raggiungere in pieno gli obiettivi europei.

Alex Sorokin

11 ottobre 2007

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