Kyoto: Stati Uniti in movimento

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L' amministrazione Usa è sempre più isolata in tema di un accordo sul clima che non sia veramente globale. Ma qualcosa si muove anche negli States e ormai si attende il dopo Bush. Un editoriale di Gianni Silvestrini

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Il tentativo del governo Usa di creare un asse alternativo a quello delle Nazioni Unite per un accordo sul clima ha sempre più il fiato corto. Anche la riunione tenutasi a Washington all’inizio di ottobre con i 17 Paesi responsabili della maggior quota delle emissioni mondiali della CO2 ha messo in evidenza l’isolamento di Bush sulla strada delle misure volontarie di riduzione. E’ stato un colloquio franco, ha affermato James Connaughton, presidente del White House Council on Environmental Quality, e la discussione è stata dura perché il tema è difficile. Depurata dal gergo diplomatico si tratta di un’ammissione delle difficoltà della posizione Usa e del vicolo cieco in cui si è messa.

In realtà, ci sono molti elementi che fanno pensare che gli Stati Uniti rientreranno in gioco con il cambio della guida del paese nel 2009. Basta seguire l’evoluzione di Bush che nel 2000 metteva in dubbio che dietro il riscaldamento del Pianeta ci fosse la responsabilità dell’uomo e nell’incontro di Washington ha invitato tutti a muoversi con decisione, pur continuando a contrastare la definizione di obblighi precisi a livello di Paese.
Le posizioni Usa, del resto, saranno decisive nelle trattative dei prossimi due anni, sia per essere il principale responsabile delle emissioni climalteranti (perlomeno fino a oggi), sia soprattutto perché un suo ruolo defilato impedirebbe ogni coinvolgimento reale da parte dei Paesi in via di sviluppo.
Il mutamento in atto deriva da una serie di fattori che rendono sempre più insostenibile la posizione defilata dell’attuale Amministrazione.

Intanto la crescente spinta dal basso. Un numero sempre maggiore di Stati e oltre 400 città hanno deciso unilateralmente propri obiettivi di riduzione. Ad esempio, sulla costa occidentale si è formata la Western Climate Initiative che lo scorso agosto ha deciso di ridurre entro il 2020 del 15% le emissioni di anidride carbonica rispetto al 2005. E un analogo attivismo si registra sulla costa orientale. Al Congresso poi si moltiplicano le proposte per avviare un meccanismo di “cap and trade” simile a quello del mercato europeo dell’Emissions trading. Ed è proprio il mondo delle imprese a manifestare sempre di più la propria insofferenza per un contesto che rischia di escluderle dal business internazionale del mercato del carbonio.
Insomma, la situazione sembra evolvere favorevolmente verso un accordo sul post Kyoto che veda attorno a un tavolo tutti i Paesi del Pianeta.

 

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