No al carbone. Scatta la protesta

  • 27 Settembre 2007

CATEGORIE:

Oggi manifestazione promossa dalle associazioni imprenditoriali e dai Comuni del Delta del Po davanti al Ministero dello Sviluppo Economico per protestare contro la conversione a carbone della centrale Enel di Porto Tolle

ADV
image_pdfimage_print
Oggi si è svolta una manifestazione promossa dalle associazioni imprenditoriali e dai Comuni del Delta del Po davanti al Ministero dello Sviluppo Economico per protestare contro la conversione a carbone della centrale Enel di Porto Tolle, e ricordare che il carbone rimane un’opzione impraticabile per l’Italia visti i futuri impegni di Kyoto. Hanno partecipato al sit-in, Greenpeace, WWF, Legambiente, Italia Nostra, sindaci e rappresentati dei comuni di Rosolina, Taglio di Po, Porto Viro, Loreo e i Verdi del Veneto.

Gli attivisti di Greenpeace si presentano con lo striscione: “No carbone, più rinnovabili per Kyoto”. “Abbiamo già accumulato un enorme ritardo su Kyoto e tra appena 5 anni dovremmo abbattere le emissioni di gas serra di circa il 20%, pena enormi costi che il Paese dovrà sostenere per comperare i permessi ad emettere” ha detto Francesco Tedesco, responsabile Campagna Energia e Clima di Greenpeace. “Non abbiamo altro tempo da perdere: in futuro gli impegni di riduzione delle emissioni saranno ancora più impegnativi, il carbone a Porto Tolle e Civitavecchia ci porta nella direzione sbagliata”.
Il Governo dovrebbe invece definire al più presto un piano energetico nazionale con linee guida per sostenere il rapido sviluppo di tutte le fonti rinnovabili, semplificando i processi autorizzativi e indirizzando le politiche regionali verso obiettivi vincolanti. Ad oggi siamo già in ritardo nello sviluppo delle fonti pulite: mancano all’appello 30 miliardi di kilowattora da fonti rinnovabili al 2010, e invece si apre la strada a nuovi 24 miliardi di kilowattora da carbone, pari a circa 20 milioni di tonnellate di CO2 in più. Per rispettare Kyoto dovremmo tagliare al 2012 circa 100 milioni di tonnellate.

Le misure varate dal Governo per il rilancio del fotovoltaico e per l’efficienza energetica sono lodevoli, ma saranno inutili se si permetteranno nuovi 4.000 MW a carbone a Civitavecchia e Porto Tolle. Oltre a questo il Governo sembra intenzionato ad avvallare le assurde pretese di riaprire le miniere nel Sulcis, in Sardegna, sussidiando il carbone con il Cip6.
“L’anno scorso Greenpeace aveva aperto il confronto con il Governo su Porto Tolle con una spettacolare azione che ha portato al blocco della centrale per tre giorni” ricorda Francesco Tedesco. “I nostri attivisti erano saliti sulla ciminiera dell’impianto per scrivere “NO CARBONE”. Ad oggi ancora si aspetta che la Commissione VIA esprima parere negativo al progetto: portare il carbone all’interno del Delta del Po, patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, è una mostruosità ambientale”.

Secondo Legambiente il progetto di riconversione a carbone nasce quando viene abbandonato da Enel l’ipotesi orimulsion a causa del forte ridimensionamento della sua produzione in Venezuela. L’alternativa a gas, secondo Enel non è proponibile perché “non risolve la competitività” e perché causerebbe un forte esubero di personale (circa 200 persone).
La trasformazione a carbone avverrebbe con la realizzazione di nuove quattro unità da 660 MW di ultima generazione ad alta efficienza (45% di rendimento) con il trasporto del carbone da Chioggia o da Venezia. Tra i vantaggi del carbone viene ricordata anche la riduzione dei rischi connessi al trasporto del combustibile nell’Adriatico e al suo trasferimento fino a Porto Tolle.
“Oggi siamo qui per ribadire tutti i problemi irrisolti dell’uso del carbone – ha dichiarato Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente – e cioè le rilevanti emissioni di CO2 rispetto alle altre fonti fossili, gli alti costi della sua estrazione abbassati anche dalle grandi sovvenzioni statali e l’impossibilità ad oggi di confinare nelle profondità geologiche la CO2 emessa, perchè non conveniente sotto il punto di vista economico”.

La protesta vuole anche sottolineare “come il sistema energetico nazionale non abbia imboccato una strada coerente con il protocollo di Kyoto”, spiega Ciafani. Infatti, quello del carbone, sarebbe un contributo ulteriore che aggraverebbe un contesto nazionale di forte ritardo dell’Italia.
Il carbone per la produzione termoelettrica italiana, secondo Legambiente, è una falsa soluzione, perché ci allontana ancor di più da Kyoto e solo apparentemente ridurrebbe la bolletta energetica dell’Italia. “E’ inutile infatti – ha detto Angelo Mancone, presidente Legambiente Veneto – spendere denaro per acquistare crediti di emissione all’estero o pagare le multe previste dal Protocollo, quando questi soldi potrebbero essere destinati più efficacemente per modificare il sistema energetico nazionale”.

Secondo il senatore dell’Ulivo, Edo Ronchi, ex ministro dell’Ambiente, “Il progetto prevede emissioni di polveri pari a 5.800 tonnellate annue e 3.900 tonnellate all’anno di ossidi di azoto che concorrono a formare poveri sottili, i pm10”. Attraverso l’alto camino, in determinate condizioni atmosferiche, secondo Ronchi, “tali emissioni concorrerebbero a peggiorare in una zona molto ampia, che può superare il raggio di 100 chilometri, i livelli delle polveri sottili che sono già notevolmente superiori, nella gran parte delle città interessate, ai limiti europei.
Questo apporto aggiuntivo va valutato nell’ambito del piano della qualità dell’aria della vasta zona interessata, nella quale per tutelare la salute dei cittadini e rientrare nei parametri europei, si devono realizzare invece consisteni riduzioni delle polveri sottili.
Il progetto prevede inoltre, aggiunge Ronchi, “che la centrale bruci 3,9 milioni di tonnellate all’anno di carbone, che comportano l’emissione di 11 milioni di tonnellate di CO2, per la gran parte aggiuntive visto il ridotto funzionamento della vecchia centrale”.

26 settembre 2007

Potrebbero interessarti
ADV
×