Un recente rapporto pubblicato da Open Europe dal titolo “Europe’s dirty secret: why the EU ETS isn’t working” considera senza mezzi termini il sistema europeo di scambio delle emissioni di gas serra (EU ETS) come un ‘fallimento imbarazzante’. Richiamando il collasso dei prezzi delle quote di emissione nella prima fase (2005-2007), dovuto alla distribuzione sovrastimata delle quote di emissione alle imprese nazionali, il rapporto illustra una serie di punti deboli dell’EU ETS anche nella seconda fase 2008-2012.

Secondo Open Europe, un’organizzazione (think tank) britannica indipendente fondata da uomini d’affari, la possibilità di scambiare certificati di emissione ottenuti attraverso investimenti e progetti nei paesi in via di sviluppo non contribuirà né allo sviluppo di tecnologie più verdi, né alla riduzione effettiva delle emissioni di gas ad effetto serra, ma contribuirà all’abbassamento del prezzo del carbonio, il driver principale per il conseguimento della maggiore effettività ambientale di tale strumento.

Nel rapporto di considera che, lungi dal dare vita ad una base credibile per l’azione di riduzione delle emissioni di gas serra, l’ETS abbia invece creato una rete di gruppi con interessi acquisiti forti a livello politico, un’ampia distorsione economica e nascosto sussidi industriali. Molti ne hanno tratto profitto, ma scarsi sono i risultati su quello che è e resta l’obiettivo primario: combattere i cambiamenti climatici.

Il documento di Open Europe vede più positivamente che l’azione internazionale (a livello di Unione Europea o anche su più ampia scala) si focalizzi nella definizione di obiettivi nazionali solidi e attuabili di riduzione dei gas serra, ma che dovrebbe essere lasciata ai singoli paesi la modalità su come raggiungere questi target vincolanti. Un approccio che darebbe ai governi nazionali la adeguata flessibilità per esplorare alternative all’Emission trading; tra queste le tasse verdi o carbon tax.

LM

6 settembre 2007