La prima fase (2005-2007) di attuazione del sistema europeo di Emissions Trading (EU ETS) è stata caratterizzata dal fallimento della creazione di un mercato delle emissioni competitivo e in grado di stimolare investimenti in misure e politiche di riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra da parte delle imprese europee. Il motivo di questo fallimento è principalmente legato al poco ambizioso tetto delle emissioni dei gas ad effetto serra dell’intero sistema stabilito dai vari piani nazionali di assegnazione (PNA). Al fine di evitare il ripetersi di tale situazione, l’orientamento dell’esecutivo europeo nel giudicare i PNA nella seconda fase (2008-2012) è stato fin da subito caratterizzato da una maggiore severità. Ad oggi, su 23 PNA approvati dalla Commissione, solo tre sono stati adottati senza richiedere un taglio alle quote di emissioni da distribuire alle imprese nazionali.

Ed è proprio in riferimento alle valutazioni della Commissione sui vari PNA, che 8 Stati membri hanno annunciato l’intenzione di presentare ricorso alla Corte di Giustizia europea contro le decisioni della Commissione. L’aspetto più interessante è il fatto che questi 8 Stati – Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria – appartengono tutti al blocco dei paesi che hanno recentemente aderito all’Unione europea. La misura dei tagli ai vari PNA è infatti maggiore nel caso dei nuovi paesi membri (il taglio minimo richiesto è il 12,4% dell’Ungheria), rispetto agli altri paesi (UE-15) dove il taglio maggiore è quello del 9,4% richiesto alla Svezia. E l’idea di un trattamento discriminante tra vecchia e nuova Europa sta acquistando sempre maggiore spazio tra gli otto nuovi arrivati, che considerano i tagli eccessivi e dannosi per lo sviluppo e il futuro delle proprie economie nazionali, e ritengono il sistema EU ETS controproducente e irrilevante dal punto di vista della protezione ambientale.
Dal punto di vista giuridico, i nuovi stati membri puntano il dito contro alcune regole procedurali che sarebbero state violate dalla Commissione – decisioni adottate dopo il termine previsto dalla direttiva 2003/87/CE – e contro l’uso eccessivo dei poteri della Commissione nelle decisioni sui vari PNA – errori nelle valutazioni sulla crescita economica di questi paesi. Al momento, è impossibile dire se le istanze legali avanzate dai nuovi paesi membri avranno successo. Una cosa è certa: il funzionamento e il beneficio ambientale di uno strumento innovativo come il mercato delle emissioni dipendono in larga parte dalla misura dell’impegno condiviso da parte di istituzioni europee e paesi membri. Purtroppo, un’assegnazione delle quote di emissioni troppo blanda da parte della vecchia europa nella fase 2005-2007 e l’ostruzionismo della nuova Europa nel periodo 2008-2012, non sembrano andare in questa direzione.

Per quanto riguarda il futuro del sistema europeo di Emissions Trading è opportuno ricordare che esso non terminerà con la scadenza della seconda fase (2012), ma proseguirà di cinque anni in cinque anni. La proposta legislativa di emendamento della direttiva 2003/87/EC sarà presentata entro la fine dell’anno dalla Commissione europea e una delle modifiche principali sarà l’allargamento del mercato delle quote di emissione ad altri settori responsabili delle emissioni dei gas ad effetto serra.
Quasi sicura l’inclusione del settore dei trasporti aerei che ha recentemente ottenuto anche il sostegno del Parlamento europeo: il 13 luglio 2007 è stato presentato un rapporto che appoggia l’idea di assegnare le quote di emissione alle compagnie aeree, seppur con delle modifiche rispetto alla posizione della Commissione. Sempre in luglio, il Parlamento ha adottato un ulteriore documento, il libro verde per la nuova politica sul trasporto marittimo, contenente, oltre alle misure future da adottare, l’inclusione dei trasporti marittimi nel sistema EU ETS.

LM

28 agosto 2007