E’ ufficiale, la Cina è il più grande produttore di emissioni di anidride carbonica nel mondo e dal 2006 ha superato gli Stati Uniti. Secondo “The Guardian”, che ha riportato la notizia ieri, il sorprendente annuncio non farà che accrescere l’ansia per questo nuovo ruolo assunto dal colosso asiatico di guida mondiale del riscaldamento globale e far considerare ormai impellente il coinvolgimento cinese nei prossimi accordi per la lotta contro il riscaldamento globale.

Il sorpasso degli Stati Uniti non era stato immaginato così prossimo, ma secondo l’agenzia di valutazione ambientale olandese (Netherlands Environmental Assessment Agency), l’impennata nella domanda di carbone ai fini della generazione elettrica ha portato, nel 2006, la Cina a produrre 6.200 milioni di tonnellate di CO2 contro le 5.800 degli USA. Altra notizia rilevante è che in soli sei anni (dal 2000) le emissioni di gas serra cinesi sono raddoppiate!
Nel 2005 erano state però inferiori a quelle americane di solo il 2%, ma come abbiamo ricordato in un altro nostro articolo (Fine corsa) la domanda di carbone in Cina è cresciuta lo scorso anno dell’8,7%.
Se consideriamo l’anidride carbonica emessa pro capite la Cina resta però molto lontana dai valori che si registrano negli Stati Uniti, è solo un quarto (4,7 t di CO2/pro capite contro 19). Questo è e sarà il punto più controverso nelle future trattative per un nuovo accordo post-Kyoto.

emissioni nel mondo al 2006

Va precisato inoltre che le cifre ufficializzate prendono in considerazione solo le emissioni cinesi causate dalla produzione di energia da fonti fossili e dai cementifici (questi producono il 44% del cemento a livello mondiale e contribuiscono quasi al 9% delle emissioni del paese), ma non comprendono altre fonti di emissioni come la produzione di metano dall’agricoltura o, ad esempio, l’ossido nitroso prodotto dai processi industriali. Non fanno parte del conteggio neanche le emissioni legate agli incendi delle miniere di carbone che valgono circa 300 Mt (5% delle emissioni cinesi). Includere tutte le emissioni di gas serra non farebbe che confermare la leadership cinese come maggiore paese inquinatore.

Un prossimo cambiamento nell’uso delle fonti energetiche da parte della Cina non è al momento immaginabile, anche se all’inizio del mese è stato annunciato un primo piano di lotta ai cambiamenti climatici dopo una gestazione di oltre due anni. Non vengono comunque previsti obiettivi netti di riduzione delle emissioni, ma piuttosto un miglioramento del 20% al 2010 dell’intensità energetica (quantità di energia consumata su ciascuna unità di prodotto interno lordo), un incremento della quota di rinnovabili tra il 10 e il 15% delle rinnovabili sul totale dell’energia primaria entro il 2020 e una riforestazione di circa il 20% del territorio.

Secondo Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, “l’atteggiamento cinese rispetto agli impegni post-Kyoto non è ancora ben definito. Si lasciano degli spiragli aperti, ma al tempo stesso si vogliono evitare impegni di riduzione”.
“Per coinvolgere la Cina (e per certi versi l’India) nelle trattative – afferma ancora  Silvestrini – occorreranno proposte innovative, che riguardino non solo il trasferimento di tecnologie, ma che facciano i conti con la peculiarità di questo paese. Per esempio, considerando che una parte importante delle sue emissioni sono relative a produzioni che soddisfano i consumi del resto del mondo (dai vestiti agli elettrodomestici, dai computer alle celle solari, ecc.), si potrebbero separare queste emissioni, che ricadono su una responsabilità collettiva, da quelle “locali” relative cioè alla domanda interna cinese. Occorrerebbe ovviamente intervenire per ridurre la crescita di entrambe, ma con pesi e attribuzioni diverse”.

LB

20 giugno 2007