Il meccanismo dei titoli di efficienza energetica è entrato nel terzo anno di funzionamento effettivo, dall’emanazione dei DM 20 luglio 2004. Le difficoltà superate non sono state poche e fra i provvedimenti ministeriali attesi nel breve periodo figura la revisione del dispositivo, con l’obiettivo di consentire allo stesso di esprimersi al meglio e di conseguire i risultati per cui è stato creato. Non si tratta di un compito facile, e il decreto ministeriale in preparazione giocherà un ruolo importante.

Anzitutto è probabile che si arrivi ad un’estensione del meccanismo oltre il 2009, come preannunciato in varie occasioni da funzionari ministeriali. Più complesso sarà regolare gli obiettivi in modo da evitare l’eccesso di offerta che ha caratterizzato questi primi anni, dovuto in parte ai progetti realizzati fra il 2001 e il 2004, e in parte alla numerosità di interventi particolarmente remunerativi, quali la sostituzione delle lampadine ad incandescenza con quelle fluorescenti compatte. Più che pretendere doti divinatorie dal Legislatore, si può auspicare un’adeguata attività di monitoraggio e la disponibilità ad intervenire entro due o tre anni con un eventuale ritocco degli obblighi.

Un meccanismo che non comporta un riconoscimento fisso per l’investitore richiede la disponibilità di statistiche adeguate e di informazioni trasparenti, per poterlo aiutare nelle scelte. Sarebbe dunque opportuno poter contare su statistiche più dettagliate e più aggiornate e favorire l’utilizzo del mercato del GME, eventualmente aggregando la domanda.
Una debolezza del meccanismo è quella di non garantire né la vendita del certificato bianco, né il relativo prezzo (basti pensare al progressivo calo evidenziato nel primo anno di contrattazioni), aspetto che si aggiunge all’entità insignificante dell’incentivo per alcuni interventi (si pensi alle caldaie a condensazione unifamiliari). Il Legislatore potrebbe differenziare la durata dell’incentivazione in funzione degli interventi considerati e introdurre dei meccanismi di tutela che garantiscano un prezzo minimo di vendita, simili a quelli ideati per i certificati verdi.

Per far sì che i certificati bianchi siano in grado di incentivare gli interventi più virtuosi e complessi e di potenziare il ruolo del meccanismo nel cammino verso gli obblighi di Kyoto, è opportuno lanciare campagne di informazione presso le categorie di utenza e di portatori di interesse rimasti ai margini, per favorirne l’ingresso in campo (ad esempio, per il settore industriale). Per rendere efficace una simile azione, comunque, è necessario arrivare alla pubblicazione di nuove schede di valutazione semplificata dei risparmi, o alla semplificazione dell’iter di presentazione dei progetti a consuntivo, agendo sull’addizionalità e sulle procedure. E’ importante a tale proposito effettuare studi di settore e indagini di mercato. Potrebbe anche risultare utile costituire un fondo di rotazione per realizzare diagnosi energetiche nel settore industriale.

Tra gli altri aspetti su cui intervenire ci sono:

  • l’opportunità di collegare il recupero in tariffa per i distributori alle spese effettivamente sostenute per l’acquisto dei titoli, non essendo opportuna la riduzione dell’entità dello stesso;
  • la necessità di risolvere il problema dei titoli di tipo III, che attualmente non valgono niente, equiparandoli, ad esempio, a titoli di tipo II, come suggerito dal D.Lgs. 20/2007 per la cogenerazione.

Dario Di Santo
FIRE – Federazione Italiana per l’Uso Razionale dell’Energia

6 giugno 2007