Il confitto evitabile

  • 2 Marzo 2007

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Un'intervista di Sergio Ferraris a Ermete Realacci, deputato dell'Ulivo e fondatore e Presidente onorario di Legambiente su conflitti ambientali e cultura ambientalista oggi

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Conflitti ambientali, cultura ambientalista e domanda di futuro. Quali i nodi da sciogliere? Come si deve orientare l’azione degli ambientalisti per tutelare con efficacia il Pianeta superando il conflitto generalizzato sui grandi temi? Ne abbiamo parlato con Ermete Realacci, deputato dell’Ulivo, nonché, fondatore e Presidente onorario di Legambiente.

Oggi c’è un proliferare di conflitti, su ogni questione e gli ambientalisi sono identificati sempre più spesso come il partito del No. Cosa pensi di ciò?
Il fatto che gli ambientalisti siano identificati nel partito del No è un pericolo molto serio che onestamente si corre. Sia sui media, sia nell’opinione pubblica si è molto più visibili quando si fa opposizione rispetto a quando si propongono soluzioni, magari raggiunte con un approccio di grande serietà. Si tratta di una dinamica che fa percepire all’opinione pubblica gli ambientalisti, che sono oltretutto molto variegati al loro interno, come un soggetto più teso al bloccare che al fare. Oggi è diventato più difficile realizzare delle opere anche quando servono perché c’è una dialettica, che ha anche un valore positivo, più complessa da gestire rispetto al passato. Uno dei principali problemi risiede nel fatto che oggi è venuta meno una condivisione di un futuro comune nella società. Negli anni del dopoguerra quando si è trattato di costruire opere importanti come le autostrade e le ferrovie c’era la consapevolezza che si trattava di opere importanti per tutta la collettività. E c’era meno conoscenza e cultura sui problemi ambientali. L’Autostrada del Sole, per esempio, era sentita da tutto il Paese come una grande sfida. Oggi questa consapevolezza è molto meno forte e quindi diventa più facile assolutizzare delle opposizioni locali, ci troviamo in una situazione nella quale soggetti locali negano la stessa utilità generale delle opere. A ciò bisogna aggiungere il fatto che i cittadini si fidano poco delle istituzioni pubbliche e, cosa ancora più grave, delle strutture tecniche di controllo.

E ciò che cosa comporta?
In questo quadro qualsiasi cosa diventa falsificabile e spesso si adoperano argomentazioni che sono del tutto incongrue con l’oggetto del contendere. Ho sentito adoperare, per esempio, argomentazioni sui rigassificatori che sarebbero andate bene per le centrali nucleari. I rischi d’incidente di questi impianti sono spesso presentati “oggettivamente” durante dibattiti e assemblee con un’enfasi tale che è priva di senso rispetto all’oggetto del contendere. Ormai questa questione si pone a tutti i livelli, per cui alla fine l’opposizione alla realizzazione di impianti, come quelli eolici e solari, per esempio, adopera argomenti simili a quelli che potrebbero essere utilizzati per impianti di dimensioni e di rischio ben maggiori. Agitando le questioni ambientali in funzione meramente oppositiva ecco che la percezione generale di questo ambientalismo diventa quella di un soggetto utile se si ci deve opporre alla costruzione di qualcosa nei pressi della propria abitazione, ma al tempo stesso inaffidabile se si devono compiere scelte importanti per il futuro. Gli ambientalisti vanno bene per combattere una discarica, non certo per costruire una nuova Venezia. Si tratta di una percezione che deve essere combattuta.

Bene e con quali strumenti?
L’arma risolutiva per risolvere queste problematiche non esiste. Direi che gli strumenti principali sono la coerenza e il rigore nelle proposte. Per capirci, un’associazione come Legambiente che è stata capofila nella battaglia contro il nucleare in Italia non può combattere contro i terminali del gas naturale o gli impianti eolici come se fossero delle centrali nucleari. Sia ben chiaro che ciò non significa abbandonare il necessario controllo su queste opere. Si può e si deve discutere sulla localizzazione, su come vanno realizzate e su come devono impattare il meno possibile sul territorio, ma bisogna avere una coerenza di fondo. Lo stesso ragionamento lo si potrebbe fare sui rifiuti. Siamo stati i primi, come Legambiente, a scoprire il nesso tra ecologia e illegalità coniando il termine ecomafia e proprio in questo quadro non possiamo opporci a tutti gli impianti di smaltimento di rifiuti urbani in Campania. Si possono fare tutte le critiche legittime e costruttive che si vuole all’inceneritore di Acerra, ma bisogna considerare il fatto che in quella zona sono stati abbattuti migliaia di capi di bestiame perché il loro latte era inquinato dalla diossina prodotta dagli incendi delle discariche clandestine in mano alla camorra che avvelenano l’erba. Bisogna condurre la propria azione dentro un’idea di futuro e all’interno di un’analisi più seria e oggettiva del presente. Questo è il compito che hanno ora gli ambientalisti oggi se non vogliono che l’ambientalismo diventi inflazionato e perciò poco credibile. È una partita aperta: non è possibile opporsi all’auditorium di Oscar Niemeyer a Ravello come se fosse il mostro di Fuenti, con azioni di questo tipo si diventa poco credibili. Così l’ambientalismo rischia di diventare una parodia.

Fenomeni come questi sono una caratteristica solo italiana?
Il rifiuto a livello locale delle opere è un fenomeno che riguarda in una certa misura tutto il mondo occidentale, ma in Italia è amplificato dalla scarsa credibilità delle istituzioni e delle autorità di controllo. Per questa ragione la possibilità di “manovra” da parte di chi si oppone a tutto è più grande. Un esempio di ciò è la questione dell’elettrosmog. Nel nostro Paese ci troviamo con un’opposizione a impianti radio ed elettrodotti molto più forte che in altre nazioni, nonostante abbiamo una delle legislazioni più rigorose in materia. Poi bisogna aggiungere che a complicare ulteriormente il quadro ci si mettono anche molte forze politiche che cavalcano l’opposizione a tutto e a tutti, per la ricerca del consenso.

Ma le associazioni non hanno nulla rimproverarsi?
Come dicevo prima c’è un problema di coerenza, come per esempio sull’energia. Se abbiamo fermato il nucleare e combattiamo l’eccessivo ricorso al carbone, sulle rinnovabili il fatto di opporsi agli impianti eolici è culturalmente inaccettabile e non ti rende credibile di fronte all’opinione pubblica. Si tratta di imparare dagli errori del passato, compresi i nostri. Ricordo benissimo quando la Legambiente in passato si è schierata contro la bretella Fiano-San Cesareo o l’alta velocità ferroviaria tra Roma e Firenze. Oggi ho dei forti dubbi sulle posizioni di allora. Queste opere erano necessarie e hanno migliorato la mobilità e la qualità della vita. Del resto c’è stato anche chi, non Legambiente, cercò di contrastare l’Auditorium di Renzo Piano a Roma perché nelle pozze che si erano formate durante la costruzione si fermavano uccelli migratori…

In ultima analisi come tutelare l’ambiente superando la fase dei conflitti?
I conflitti sono vitali per le democrazie e per l’ambientalismo. Bisogna, però, che le associazioni propongano una cultura che incroci l’ambientalismo rigoroso e scientifico con altre esigenze come, per esempio, l’identità dei territori e la qualità dell’economia o l’importanza della cittadinanza attiva per dare risposte reali e convincenti. Ciò è necessario per dare forza alle idee ambientali e per superare in maniera positiva i conflitti. Bisogna prendere atto del fatto che oggi se si agitano i contenuti ambientali in maniera unidirezionale e talvolta settaria questi finiscono per essere sterili, di parlare ad un’umanità parziale, dimezzata. In un messaggio inviatoci qualche tempo fa il presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi ha parlato di Legambiente come di un ambientalismo di stampo umanistico, attento all’insieme delle ragioni e delle speranze umane. Mi sono sempre riconosciuto in questa definizione.

Sergio Ferraris

Questa intervista fa parte del rapporto Ambiente Italia 2007 “La gestione dei conflitti ambientali” edito dall’Istituto Ambiente Italia e Legambiente

Il sito di Sergio Ferraris >>

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