Atomo in salita

  • 21 Febbraio 2007

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I piani di Blair per il rilancio del nucleare sono stati frenati da un giudice dell'Alta Corte britannica. Le consultazioni dei cittadini da parte del Governo erano fuorvianti e inadatte a prendere decisioni ponderate

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I piani del primo ministro britannico Tony Blair di aprire la strada a nuovi impianti nucleari sono stati bocciati da un giudice dell’Alta Corte di Giustizia, Justice Sullivan, che ha ritenuto il modo di procedere in questo campo di Blair “fuorviante” e “gravemente scorretto”, chiedendo al Governo di valutare nuovamente, attraverso un ulteriore e più adeguato sondaggio, il parere dell’opinione pubblica su queste tematiche. Per il Governo britannico il rilancio del nucleare è una parte rilevante delle linee di azione proposte nel libro bianco sull’energia atteso per marzo.

In un certo senso questa decisione di Sullivan è anche una vittoria di Greenpeace che aveva fatto domanda per un riesame della consultazione, realizzata dal governo lo scorso anno, e considerata dall’associazione una vera vergogna.
Il quotidiano “The Guardian” (“Judge deals blow to Blair’s nuclear plans“, 16 febbraio) rivela che il giudice Sullivan ha ritenuto, infatti, il documento di consultazione rivolto ai cittadini senza nessun elemento importante o utile alla decisione, quindi del tutto inadeguato allo scopo per il quale era stato predisposto.
In questo dibattito la responsabile di Greenpeace, Sarah North, ha argomentato che l’energia nucleare non solo “non è una soluzione ai problemi ambientali come ritiene il governo ma, anzi è una pericolosa distrazione dalle scelte necessarie ad affrontare seriamente i cambiamenti climatici, visto che essa rappresenta solamente il 3,6% dell’energia primaria totale”.

L’energia da fonte nucleare soddisfa oggi nel Regno Unito il 19-20% del fabbisogno elettrico nazionale, ma la graduale chiusura degli impianti esistenti porterebbe questa quota al 7% entro il 2020. L’obiettivo di Blair era, e probabilmente resta, di portare nel futuro questa percentuale al 40% con la costruzione di nuove centrali. Il Governo britannico basa questa scelta sul fatto che il nucleare è l’unica tecnologia in grado di sostituire rapidamente le fonti fossili e ridurre del 60% le emissioni di CO2 al 2050.

Tuttavia per valutare l’impatto dell’energia nucleare è fondamentale valutare l’intero ciclo di vita di questa tecnologia, dall’estrazione dell’uranio allo smantellamento degli impianti e smaltimento delle scorie. Lo dice anche in un articolo su “The Guardian” di ieri, 20 febbraio, David Lowry, coordinatore per il partito laburista delle campagne ambientali e responsabile delle questioni legate al nucleare (“There is nothing green about Blair’s nuclear dream“).
Il nucleare non è una tecnologia a zero emissioni di CO2, afferma Lowry, e diversi studi che hanno esaminato le emissioni di CO2, in genere espresse in CO2 equivalenti per kWh prodotto, prodotte da differenti impianti di generazione lo stanno a dimostrare.
Lo studio più completo è stato elaborato dall’Öko Institut, che collabora con il ministero dell’ambiente tedesco, e dai professori Smith and Van Leeuwen dell’University di Groningen, in Olanda. Entrambi gli studi concludono che il ciclo del combustibile nucleare produce una quantità di anidride carbonica relativamente elevata. Ad esempio, più bassa è la concentrazione di uranio grezzo maggiore sarà la produzione di CO2.
Smith and Van Leeuwen hanno determinato che il nucleare produce circa un terzo di CO2 per kWh rispetto ad una centrale termoelettrica a gas di media taglia.

LB

21 febbraio 2007

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